Si è appena inaugurata la mostra If I were you, I’d call me Us, presso la Galleria Massimo De Luca a Mestre. Il titolo riprende gli ultimi due versi della poesia di Ogden Nash intitolata Octopus:

Tell me, O Octopus, I begs
Is those things arms, or is they legs?
I marvel at thee, Octopus
If I were thou, I’d call me Us

Così come i tentacoli del polpo tendono a far diventare collettività quello che è individuale, l’organizzatrice della mostra Elisa Strinna e la curatrice Elena Forin invitano gli artisti alla condivisione della propria arte per fondere idee, sensazioni ed intuizioni. La prima tappa di questo progetto a lungo termine vede in azione sette artisti internazionali che si confrontano per una definizione collettiva della realtà contemporanea. Una scena teatrale dove gli attori protagonisti sono Shadi Harouni, Jakob&Manila, Kyoto Koseki, Ludovica Carbotta, Giovanni Giaretta, Manuel Scano e la stessa Elisa Strinna. Si crea un sistema di relazioni dinamiche tra video, installazioni, pittura, scultura dove ad interagire è anche lo spettatore.

Il progetto video di Shadi Harouni The Lightest of Stones and the Heaviest of Men si basa sui temi della cancellazione e della resistenza all’esperienza della rivoluzione in Iran e nella repubblica islamica. Un gesto inutile come quello di rimuovere pietre da una cava fa da sfondo alle dinamiche sociali per far emergere l’ingenuità e le strategie che l’individuo impiega per resistere alla cancellazione della memoria politica, storica ed emotiva. Una storia di privazione (I Do, 2015) viene raccontata anche da Jakob & Manila, il duo tedesco che propone, a chi aderisce al progetto, una giornata ditotale assenza di una attività a scelta tra quelle presentate dagli artisti. L’iniziativa, basata sulla rinuncia di un’attività quotidiana, stimola inaspettate strategie creative che saranno poi condivise in un incontro il giorno 21 maggio dalle 17 alle 20 presso la galleria. Kiyoto Koseki, nella sua performance Arrangement with sign language interpreter, and public radio del 2016 e nell’installazione Two left halves: Cesca style chair, dimostra come sia difficile o quasi impossibile vivere e partecipare ad una esperienza rinunciando a scambi e mediazioni.

Take out – 1 (turm des feuers) e Take out – 3 (one men houses), della serie omonima creata nel 2013 da Ludovica Carbotta, sono opere a matita su carta in cui l’artista ha riprodotto due architetture mai viste tramite la lettura di un testo sulla progettazione della Torre del Fuoco dell’architetto svizzero Itten e i racconti orali sulla scultura One men houses di Thomas SchutteA thing among things di Giovanni Giaretta introduce ad un universo astratto ricostruito grazie a riprese di particolari conformazioni di minerali che diventano l’universo visivo di un non vedente. Si percepisce una natura vista al microscopio nel grande lavoro su parete (Untitled, clunk, clunk, 2014) di Manuel Scano che lascia interagire così liberamente le materie pittoriche da dare spazio a forme assimilabili al mondo biologico e siderale. Elisa Strinna, partendo da un’antica tecnica scoperta in Messico per l’osservazione della luce, si propone di studiare il rapporto tra microcosmo umano e macrocosmo naturale.

Le sette individualità in rapporto con politica, quotidianità, rinuncia, narrazione, astrazione, natura e universo si fondono in un unico spazio per creare un’identità collettiva del Noi.

Recap:
If I were you, I’d call me us
Galleria Massimo De Luca – Mestre, Venezia
2 – 28 maggio 2016

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