São Paulo è una città complessa, non soltanto da vivere, ma anche da raccontare.
E’ che quando ci sono arrivato non ho capito niente della dura poesia concreta dei tuoi angoli” cantava Caetano Veloso in una delle sue canzoni d’amore più belle: un amore rivolto non a una donna, ma a una città intera chiamata affettuosamente Sampa. Tanti sono gli artisti, i musicisti e gli architetti che hanno provato a raccontare São Paulo, a condividere le sensazioni, non sempre positive, che si provano passeggiando tra i suoi quartieri, tra le strade ricche di un’umanità disparata, disperata, gioiosa, rumorosa: quella stessa umanità che si muove tra gli edifici occupati, che si nasconde nei condomínios fechados, che si trascina per le strade di Cracolândia, che pattina e corre e passeggia per il bellissimo parco di Ibirapuera.

Carne putrida”, così Paulo Mendes da Rocha mi dice mentre le sue mani si alzano ad indicare la distesa infinita dei grattacieli fuori dalla finestra del suo studio. Uno studio semplice, accogliente eppure quasi decadente ormai, proprio come São Paulo: dalle sue scaffalature traboccano rotoli contenenti centinaia di disegni, plichi, libri, dai suoi tavoli ammiccano i modelli delle opere, a decine, alle pareti bianche scrostate qua e là sono appese le grandi lavagne verdi, le quali, con tratti netti e precisi, sono solcate da precisissimi disegni in gesso. Sediamo all’unico tavolo vuoto dello studio, probabilmente quello dedicato alle interviste, anche se questa non lo è: stiamo semplicemente chiacchierando con Paulo Mendes da Rocha, uno dei più importanti esponenti dell’architettura brasiliana contemporanea (e paulistana, soprattutto), riconosciuto internazionalmente nel 2006 con il prestigioso premio Pritzker. Rocha continua a guardare fuori dalle vetrate, tiene le mani incrociate sul tavolo, ogni tanto ci fissa intensamente negli occhi. Ci parla a lungo, come in un flusso di coscienza: non facciamo domande, non sapremmo nemmeno cosa chiedere a questo mostro sacro che con la sua voce roca e profonda ci spiega il ruolo dell’architetto in una società così persa e sconsolata come quella brasiliana, come quella in cui viviamo tutti noi oggi, sudamericani e occidentali.

D’altronde il giovane Paulo ha avuto un maestro che al ruolo sociale dell’architetto ha sempre dato una certa importanza: João Batista Vilanova Artigas era, come lo descrive Rocha stesso, “un comunista di una certa severità” e tutte le sue opere ancora oggi trasmettono un profondo significato politico e sociale. Il suo vero manifesto architettonico, la sede della Facultade de Arquitetura e Urbanismo (FAU), si compone di una serie di piani ammezzati distribuiti da una rampa continua intorno a un grande spazio centrale, libero. Qui si può apprezzare una delle soluzioni che Artigas più ama, cioè non permettere mai alle partizioni verticali di toccare il solaio, in modo da lasciare agli utenti la responsabilità delle loro azioni, ai loro vocii la possibilità di essere ascoltati indistintamente dai vicini, alle loro parole di bloccare ogni attività altrui altrimenti silenziosa.

Responsabilizzare gli altri, renderli consapevoli, insegnare a una intera Nazione, in piena dittatura militare, un comportamento dettato dalla libertà, così come dal rispetto per l’altro, questo e molto altro ancora ha come obiettivo l’architettura di Artigas, concreta e dura come solo il cemento può essere: un cemento che però, si piega, si modella nei segni delle casseforme, lasciati a vista, simbolo e manifestazione del lavoro nella sua valenza più profondamente marxista.

Per questo la FAU è uno spazio senza soluzione di continuità, che si inserisce nella città e diventa esso stesso città: ha in sé la complessità, il flusso continuo, il rumore e la vivacità di São Paulo e non limita niente di tutto ciò, ma anzi lo enfatizza, legando ciò che contiene al suo interno con tutto ciò che vi è al di fuori tramite la rampa che si collega direttamente alla strada.

Eppure il rapporto tra i suoi architetti e São Paulo non è sempre positivo, sereno ed aperto come nel caso della FAU: gli edifici che compongono il corpus più consistente delle opere di Joao Vilanova Artigas e di Paulo Mendes da Rocha, le ville, sono fondamentalmente introversi, ermetici, chiusi verso la grande foresta di cemento che è Sampa. Solo al loro interno questi gusci di cemento riescono a ristabilire una loro urbanistica, un piccolo universo cittadino che funziona quasi con la stessa logica delle avenide: sono opere di una rara bellezza, realizzate per un élite intellettuale colta e sensibile, che avrebbe potuto davvero cambiare la società brasiliana come Artigas auspicava.

Ma il Brasile è così, Sampa è così: sono entrambi segnati da fortissime contraddizioni, che ne pervadono la vita politica, sociale, economica ed anche architettonica, vivono nella violenza e nella paura che troppo spesso bloccano anche le buone intenzioni e nascono essi stessi da un atto violento, dalla sconfitta della natura, che in questa parte del mondo è irruenta, gloriosa, difficile da dominare. Questo è un altro aspetto su cui le ville brasiliane ci lasciano riflettere: introverse come sono, guardano spesso su una corte interna, verde e rigogliosa, o un giardino alla brasiliana stile Burle Marx.

Oppure, come nel caso della Casa Gerber di Rocha, il rispetto per la natura e l’intenzione, in qualche modo, di risarcirla, si manifestano nella volontà di assecondare il terreno roccioso, di lasciarlo presente con la sua superficie levigata dal tempo nelle stanze da rivista, presenza prepotente, circondata con una leggerezza di cui raramente il cemento è capace.

Rocha ci guarda dritto nei nostri occhi giovani, smarriti, speranzosi: ci dice che la sua generazione di architetti ha fallito, che questa umanità non solo non è migliorata, è persino peggiorata. Indica ancora São Paulo, là fuori: ci dice che questa enorme città è stata violentata, annientata dagli interessi economici imperanti, che il suo centro è stato svuotato per costruire paradisi recintati lontani, in periferie sempre più nuove e luccicanti. “Carne putrida” su cui gli avvoltoi non hanno mai smesso di gettarsi: una città in cui la socialità e i rapporti interpersonali sono stati progressivamente limitati per fare spazio a nuovi centri commerciali e a grattacieli sempre più alti.

L’opera di Rocha (insieme a quella di tanti altri architetti, una su tutti Lina Bo Bardi con il SESC Pompeia o con il MASP) ha provato a porre rimedio a questa progressiva perdita dello spazio pubblico: con la pensilina sospesa di Praça do Patriarca o con la grande piazza del MUBE, con il Museu da Lingua Portuguesa (recentemente distrutto da un incendio) o con la Pinacoteca do Estado de São Paulo ha donato ai cittadini spazi pubblici di rara bellezza, delimitati con gesti eleganti o talvolta protetti dalla pesante leggerezza del cemento armato.

Sembra complesso spiegare l’architettura brasiliana di Rocha e Artigas agli europei: è come la saudade, ha un qualcosa che è profondamente radicato nella cultura, nel contesto, nell’essere brasiliani. Qualcosa che nasce e vive nella contraddizione, negli equilibri precari di questa grande Nazione, difficile e bellissima: e così è l’architettura di São Paulo, non descrivibile con definizioni e preconcetti, non esauribile nell’etichetta di brutalismo.

Perché sei contrario del contrario del contrario

No more articles