L’alfabeto luminoso di Magdalena Jetelova

Magdalena Jetelova è un’artista ceca attiva in Germania la cui opera è principalmente legata alla creazione di grandi sculture di legno o alle sorprendenti installazioni di ‘Domestication of Pyramids‘, ma che negli anni ’90 ha proposto un percorso di avvicinamento alla fotografia, personale ed avvincente. I lavori di questi anni riflettono sulla luce come mezzo per visualizzare in diverso modo le tracce del tempo, fissandone lo scorrere imperturbabile nell’immaterialità di un fascio luminoso. ‘Iceland Project’, ‘Atlantic Wall’ e ‘Crossing King’s Cross’ sono progetti percorsi da un tratto e da una sensibilità comune, e che oltre alla presenza visivamente già dirompente delle immagini, presentano un secondo livello di lettura e significato concettuale che le rende ancora più cariche e presenti.

Se in ‘Crossing King’s Cross‘ le linee che fendono l’oscurità sono le tracce dei binari della linea ad alta velocità TGV che si impongono come una premonizione sul contesto presente, come dei colossali solchi in gesso tracciati da un gigante visitatore notturno, ‘Iceland Project’ si pone in relazione diretta con le strutture questa volta naturali. La dorsale medio atlantica è il confine geologico tra il continente europeo e quello americano, un’antica faglia di separazione tra le due placche che attraversa l’Islanda da una parte all’altra e in movimento costante di 2,5 cm l’anno. La linea tracciata a laser disegna la distanza tra l’Europa e l’America, imponendosi sul paesaggio vulcanico, costretta a piegarsi e a rimbalzare sulle asperità del terreno e ad acquisire così una nuova sensibilità nel suo confrontarsi direttamente con il paesaggio. Una linea generata da un computer che racconta una storia vecchia milioni di anni.

‘Atlantic Wall’ è la serie successiva esposta nel 1998 e riprende ed espande questi temi concentrandosi sul tempo e il rapporto tra manufatto umano e contesto naturale. Seguendo la suggestione di ‘Bunker Archaeology’ di Paul Virilio e riprendendone le citazioni, l’artista proietta ora frasi sui bunker del sistema difensivo atlantico creato dall’Organizzazione Todt e seguito anche dall’architetto di fiducia di Hitler, Albert Speer. Bunker costruiti senza fondazioni che affondano come navi alla deriva, ‘waiting before the infinite oceanic expanse‘. Strutture abbandonate che parlano un linguaggio di invincibilità e sicurezza e che ora pendono fatiscenti e ferite, punti flebili e friabili in contrasto alla potenza avvolgente dell’orizzonte marino con cui si relazionano, e per questo ancora più ingenuamente sacre, paragonate a mastabe egizie, a tombe etrusche, a strutture azteche, dove la guerra diventa teatro e le pareti in cemento vuoto palcoscenico. La sacralità brutalista della massa che aveva affascinato Virilio e che si ritrova nella Sainte-Bernadette du Banlay progettata insieme a Claude Parent viene fissata in un istante dalla Jetelova. Un istante pronto a illuminarci di nuova luce.