Da Lione, dove è nata, Elsa Leydier vive ora a Rio de Janeiro, città che ispira e mette costantemente alla prova la sua carriera di fotografa. Il lavoro della Leydier, infatti, ha uno stampo antropologico non indifferente, in cui la fotografia non è solo supporto visivo di una tesi, ma ne diventa la parte investigativa e di elaborazione. In particolare nei suoi ultimi lavori, il rapporto fisico con il materiale assume un ruolo centrale: agendo sui negativi, per esempio, oppure combinando elementi diversi nei collage, la Leydier dimostra che la manipolazione (“fare forza con la mano”) personale diventa l’unico modo possibile per interpretarli e rivelarli, oltre che costituire il vero momento di creazione artistica.
Riutilizzare le immagini ufficiali in modo provocatorio, per esempio, mette in luce le contraddizioni senza lasciare spazio all’aggressività: si tratta piuttosto di un pungolo che ci lascia un po’ spaesati – e per questo ci dà tempo di (ri)pensare.

Attraverso le mie fotografie, voglio arrivare a interrogare le immagini che sono usate per definire posti e persone.

Il Colore della baia di Rio (La Couleur de la baie de Rio, 2016) è l’ultima serie fotografica di Elsa Leydier, dedicata alla baia di Guanabara, su cui si affaccia Rio de Janeiro. Simbolo della città e della regione, le vedute dall’alto delle riproduzioni turistiche restituiscono un blu marino rassicurante; basta avvicinarsi di poco, però, per constatare quanto siano alti i livelli di inquinamento delle acque: scarichi domestici, scarti industriali, carcasse, oggetti più o meno grandi alla deriva si accumulano giorno dopo giorno, mettendo a repentaglio l’ecosistema della baia e dei suoi abitanti. Anche le fotografie della Leydier sono blu: è l’indigo che ha applicato ai negativi a renderle tali. Questa pianta tintoria brasiliana, infatti, ha tra i suoi usi anche quello di rimedio alle intossicazioni da mercurio: nella speranza di un uso effettivo e su larga scala, Elsa Leydier comincia a purificare le acque della baia sulla pellicola, restituendo il blu che apparteneva loro.

Attraverso l’atto del collage, l’incontro tra diversi tipi di immagini o tentando di mostrare punti di vista che siano diversi da quelli soliti, provo a rivelare la debolezza e i paradossi che le immagini stesse contengono.

Già nel 2014 la Leydier si era interessata alla malagestione delle manifestazioni internazionali da parte di Rio de Janeiro e del Governo brasiliano. In occasione dei Mondiali di calcio, infatti, tra le tante irregolarità, il caso del Antigo Museu do Indio l’aveva colpita particolarmente: il Governo aveva deciso di chiudere e demolire la struttura per espandere un complesso di strutture alberghiere e di ristorazione. La procedura non venne mai effettuata, ma tuttora il museo rimane sotto la supervisione del Governo, che si servì delle forze militari per farlo sgomberare, e gli Indios non possono accedervi. La denuncia della Leydier si concretizzò nella serie di collage Esgodatos (2014), cioè “esauriti”, parola che con ironia amara si riferisce sia ai francobolli celebrativi della Coppa del mondo, rilasciati in numero di 600.000 dal governo e venduti in pochi giorni, sia agli Indios, minacciati dalle politiche governative, sui cui visi sono stati applicati i francobolli.

Cancellati nella loro identità, estromessi dalla loro cultura, con queste immagini Elsa Leydier restituisce a una popolazione un’immagine, una presenza visiva che viene continuamente negata – così come Il Colore della baia torna a essere il blu, pulito e purificato. La fotografia della Leydier conserva e allo stesso tempo denuncia la mancanza di conservazione da parte del Governo brasiliano nei confronti di un ecosistema che il tempo e l’uomo hanno reso sempre più delicato.

Concentrandomi su come le immagini siano utilizzate per definire e attestare l’identità, voglio rivelare le contraddizioni che si incontrano nel rappresentare una persona o un luogo.

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