A Venezia, nella celebre Fondazione Querini Stampalia che nel 1949 ha visto l’intervento dell’architetto Carlo Scarpa è stata inaugurata il 28 agosto Consonanze, una mostra del fotografo slavo Ljubodrag Andric a cura di Francesca Valente in sintonia con la presenza curatoriale di Tobia Scarpa.

In un’architettura in cui il cemento viene elevato a geniale e raffinata interpretazione, i grandi formati di Andriac entrano in un contatto armonico con l’ambiente circostante. Ci si immerge in scene frontali di un paesaggio urbano anonimo ritratto in China, a Berlino, San Francisco, Beijing e Arezzo. A fare da protagonista è il muro, una barriera limite aldilà della quale non è possibile osservare. Tutta l’attenzione è concentrata sulla disarmante quantità di dettagli che prorompe sulla tela. Non interessa il luogo, la posizione esatta, la città che a malapena l’autore ricorda. Le sue viste sono astrazione di una realtà avvolta da una luce che permea tutte le superfici facendosi essa stessa materia. Allo stesso tempo le opere mostrano la qualità tattile delle pareti che sembrano affrescate dal vero. Molti dei suoi riferimenti infatti derivano dalla pittura: l’incidenza della luce di Piero della Francesca, così come il perfetto uso della prospettiva rintracciabile nelle pavimentazioni quadrate la cui geometria pare sapientemente costruita a mano; fino ad arrivare ai modelli contemporanei quali Mark Rothko di cui rievoca la sensibilità cromatica delle grandi texture materiche e Giorgio Morandi nella scelta di scene statiche dai toni calmi e caldi.

Bernard Berenson ha scritto che laddove la figurazione volge verso l’astrazione, come avviene in Piero della Francesca, la forma assume staticità atemporale, il che fa coincidere la narrazione dell’immagine con la realtà vista nel suo insieme. Spazio e tempo finiscono così per coincidere. Mi piace pensare che queste considerazioni di Berenson su Piero della Francesca si prestino a descrivere anche il mio lavoro. Far coincidere spazio e tempo è infatti uno dei miei intenti.

Ad astrarre l’occhio del visitatore è la totale assenza della figura umana. Ljudborg Andric sembra trasportarci in un mondo abbandonato dall’uomo in cui il silenzio assordante dei luoghi desolati sospende il tempo ed enfatizza il suo scorrere testimoniato dal deteriorarsi di un intonaco o visibile nei piccoli poster che il vento spoglia dalle pareti.

Le porte e le finestre sono chiuse, le architetture sono mute e l’ordine minuzioso della composizione è disorientante. Forme e linee sono schiacciate e allo stesso tempo così tangibili da avvertire le vibranti crepe della parete, la sconnessione delle apparecchiature murarie. Caratteristiche apprezzabili solo dal vivo e grazie ad un lungo lavoro di post produzione durante il quale il fotografo sovrappone, come le velature di un acquerello, sette livelli della stessa immagine.

Il cielo, così come la luce, assume un ruolo fondamentale: la sua presenza timida si dispiega in perfetta sintonia cromatica con le scene dai toni insaturi e il tutto sembra sospeso in un’immensa quiete spazio-temporale.

Grazie alla chiara e razionale rappresentazione l’occhio si rilassa, l’animo si distende e allo stesso tempo chi guarda si interroga in un monologo interiore: cosa ci sarà aldilà di quel muro? Qual è la sua storia? Cosa vuole dirci il fotografo con l’assenza dell’uomo, enorme e spaesante vuoto? Da monologo la riflessione si trasforma in dialogo, un dialogo diretto con le tele in cui le voci che affiorano nella nostra mente seguono la frequenza del suono placido dell’architettura che ospita la mostra. Una consonanza musicale che lo stesso Andric coglie nel cortile progettato da Carlo Scarpa. In questo caso lo spazio espositivo non è solo contenitore della mostra ma elemento in simbiosi con l’artista alla ricerca di una scambio di sensazioni, emozioni, culture a cavallo tra Oriente ed Occidente che solo una città come Venezia può ospitare.

Recap:
Fondazione Querini Stampalia
Castello 5252, Venezia
26 agosto–2 ottobre, 2016

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