Il lavoro Souvenir d’un Futur di Laurent Kronental mostra alcuni degli spazi più complessi e contraddittori della nostra epoca, quelli dei Grands Ensembles, i mastodontici complessi abitativi parigini, spesso dipinti negativamente dai media: eppure, le sue fotografie, dalle tinte delicate e dall’atmosfera quasi fiabesca, sembrano raccontare tutta un’altra storia ed accentuare il fascino di questi spazi, spesso liquidati come interventi fuori scala e per questo considerati negletti e poco sicuri. Ed è proprio sull’ambivalenza tra scala e proporzione che gioca Kronental: per quanto gli edifici possano sembrare immensi, tramite il filtro dell’artista non appaiono più sproporzionati, anzi, riacquistano una misura, un modulo, che è quello dei loro abitanti più anziani.

Nel momento stesso in cui si ristabilisce un rapporto tra l’uomo e le architetture che lo circondano, la periferia parigina appare meno spettrale, meno immensa, semplicemente più umana: gli edifici diventano una quinta scenica per le storie delle persone che vi vivono ed assumono un’atmosfera, un aspetto ben lontano dai clichés e dai giudizi affrettati di una società che tende a stigmatizzare ogni grande agglomerato urbano prima di conoscerne realmente la storia, che si compone poi, stando a Kronental, delle storie dei suoi veterani. Storie raccolte in quattro anni di visite e raccontate tramite gli abiti, gli sguardi, le rughe, i colori, le stanze degli anziani ed affiancate ai segni inevitabili che il tempo lascia sugli edifici: crepe, macchie e incrostazioni solcano questi agglomerati post-moderni ma invece di farli apparire più grigi e sinistri riescono sorprendentemente ad evidenziarne il cuore pulsante, l’energia vitale, l’orgogliosa resilienza.

Anche lo strumento utilizzato per realizzare la serie appare quasi anacronistico, almeno in un mondo sempre più digitalizzato: ogni ritratto (di persone o di edifici), viene realizzato con una camera analogica 4×5’’ che contribuisce ad aggiungere un filtro fisico al filtro personale dell’occhio del fotografo. Quello mostrato da Kronental, infatti, sembra un universo parallelo, un mix di passato e futuro attentamente calcolato per restituire sensazioni molto diverse tra loro: rassegnazione, pace, aspettativa, impotenza, scetticismo e speranza attraversano i volti degli anziani che, ritratti in primo piano, sono mastodontici esattamente come le facciate degli edifici.

Ci sono un fascino ed un’estetica particolarissime nel lavoro di Kronental: in bilico tra la critica e l’apprezzamento, tra un effetto di straniamento dato dalla città contemporanea (non dissimile da quello della Parigi moderna di Playtime di Jacques Tati) e il riconoscimento del valore della complessità spaziale dei Grands Ensembles, tra la sensazione di titanica ostilità di un’architettura matrigna e la rassicurante consapevolezza di un’architettura madre, il fotografo sembra chiederci, timidamente, se ci siamo disabituati a vedere la bellezza. Non è certo una domanda da poco quella che le fotografie di Kronental ci pongono: non è quindi solo sul dialogo tra scala e proporzione che ci può far riflettere questo lavoro, ma forse ed ancor di più sul contrasto tra la nostra percezione della città moderna, stereotipata come grigia ed ostile, e della città storica, per antonomasia gradevole e vivibile.

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