Storie di architettura non ordinarie – Palazzo del Lavoro

Erano giorni in cui le ore non bastavano. Tanti i chilometri percorsi dal centro Italia in su, per arrivare in una Torino affollata e culturalmente bollente. Artissima per l’arte contemporanea, ClubtoClub per il panorama musicale, e il certamente meno noto Shit Art Fair per la street art, un’esposizione non autorizzata creata, gestita e montata da soli artisti guidati da Guerrilla Spam. Erano giorni in cui seguivo Ro.Bo.CooP, giovane duo di streetartist, segnare i muri e la macchina con i secchi e le scope pieni di colla. Era sera quando arriviamo all’inaugurazione di una galleria d’arte “GaloArtGallery”, notte quando entriamo a Parco Valentino per i poster e il festival di street art. Era mattina invece solo qualche ora più tardi, quando ci ritroviamo tra un lago, una monorotaia e un palazzo maestoso fatto di ceneri e memorie.

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Le foglie degli alberi segnano l’autunno nel calendario delle stagioni. La monorotaia vola sopra il lago, sostenuta da pilastri in calcestruzzo, non cosi leggeri. Sta lì dal 1961, insieme al suo doppio che si riflette nell’acqua. Ormai scultura urbana in disuso, curva per collegare, in occasione dell’Esposizione Internazionale del Lavoro, la Stazione Nord vicina al Museo dell’Automobile alla stazione sud, a 1800 metri, poco prima del Palazzo del Lavoro, ora entrambe decadenti nell’aspetto. Qui è forte la contrapposizione tra l’ampio respiro della struttura lineare sopraelevata e la chiusura dello spazio quadrato di 25.000 metri quadri progettato da Pier Luigi Nervi, recintato da una rete che porta i segni leggibili di un incendio lì dove diventa color ruggine. Come i frangisole esterni che guardo attraverso un cancello sbarrato. Le voci di Ro.Bo.Coop mi spiegano il lavoro realizzato per lo Shit Art Fair, in cui veniva raffigurato proprio il Palazzo del Lavoro: nella loro opera, la contaminazione tipica delle rielaborazioni grafiche si esprime in questo caso nel ricollocamento prospettico dell’opera di Nervi in uno dei quadri della serie di Botticelli su Nastagio degli Onesti, una scena raccontata anche nel Decameron boccaccesco. La fitta selva di alberi viene sostituita dalla più ordinata composizione di pilastri rastremati e dalla geometria variabile presenti all’interno del Palazzo di Nervi.

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Noi siamo invece ancora fuori e fuori scala rispetto al triste e solo gigante lasciato vuoto. Lontane sono le parole di stupore della Regina Elisabetta quando lo definì come la promessa di progresso e di sviluppo italiano ancora da scoprire, sempre nel 1961 per il “Bureau International du Travail”. O i tempi in cui le feste scudetto del Torino Calcio di Graziani e Pulici si mischiavano alle selezioni di moda, alle serate musicali degli anni ottanta, agli show-room di veicoli. Alle notti magiche di Italia ’90 e a Little Tony che cantava “Cuore matto” per il veglione del 1994.

Non c’è più contenuto ma resta l’involucro: un curtain-wall con palette frangisole arrugginite, la cui inclinazione doveva cambiare sulla base dell’esposizione eliotermica.

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La scatola quadrata si plasma così per 158 metri di lato e 26 metri di altezza. Il genio formale tecnologico e costruttivo di Nervi era già rivelato ma acceca quando mostra all’interno la struttura a pilastri che sorreggono la copertura. Anch’essa quadrata e suddivisa in sedici elementi indipendenti ad ombrello di 40 metri di lato, separati da strisce ininterrotte di lucernario, costituiti da travi in acciaio posti a raggiera e dal pilastro centrale. Una spazio flessibile ed utilizzabile in occasioni diverse, ottenuto attraverso soluzioni ingegnose ed ingegneristiche già riscontrabili nel progetto per il viadotto di corso Francia a Roma del 1960 e nella stazione ferroviaria di Savona del ’61.

Ogni descrizione formale però, per quanto puntigliosa e dettagliata, deve fare i conti con lo stupore e l’effettiva impotenza per la grandezza dell’opera. Nonché con la contrastante sensazione di abbandono e di imperfezione in cui versa attualmente l’edificio.

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Cammino all’interno tra la luce che filtra tagliente dall’alto e dilatata dalla facciata vetrata. Perdo presto il senso dell’orientamento, accentuato dall’assenza di elementi che guidano il percorso visivo. Così, è come se ogni passo fatto a destra fosse l’equivalente di uno fatto sinistra, o indietro o in avanti: e i pilastri sono alla stessa maniera più lontani e più distanti. Maledetto quadrato. Il punto di riferimento diventa quindi il duo di Robocoop. Diventiamo parte dell’architettura e immagino di avere le suole delle scarpe ricoperte di vernice – o di colla – e di disegnare a terra i passi fatti, riconoscibili e fosforescenti, proprio come ulteriore segno di appropriazione spaziale, spontanea e naturale, tipica dei parchi in cui ognuno cammina dove vuole. La suggestione di riempire lo spazio di verde, alberi e piante sarà dovuta forse proprio alla forma stessa dei pilastri, come se davvero il processo di deterioramento riportasse la natura a prendere il sopravvento sul costruito.

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Intanto sono la macerie a farla da padrone: dei gradini delle scale che portano al livello rialzato rimane una pedata coperta di detriti e vetri rotti, caduti del parapetto superiore. Il controsoffitto non ha resistito all’incendio e così si espone nuda la struttura inferiore del solaio di copertura. I pilastri colorati e circolari si mescolano ai resti di un allestimento di legno frantumato che ostruiscono in parte il procedere rettilineo. Una parte però è rimasta in piedi e segnala un guardaroba, come a voler comunque dare un ordine agli oggetti sconvolti all’interno dello spazio. Da qui la sala quadrata assume nuove proporzioni ed è inevitabile pensare a cosa ne sarà e di come verrà saturata l’ampia cubatura.

Si legge di progetti che ne faranno una grande galleria commerciale costruita attorno ad una piazza centrale coperta, così come stabilito dalla variante di Piano Regolatore Generale. C’è l’accordo. Poi verrà realizzata anche una ruota panoramica nel parco tra l’edificio e il Palavela, un sottopasso che dovrebbe risolvere il problema del traffico sulla rotonda Maroncelli e un grande parcheggio sotterraneo. Un programma che oggi prende il nome di riqualificazione.

Per ora resta un luogo di culto e venerazione, silenzio ed attesa, seduti nuovamente nel parco, all’ombra della monorotaia.

Storie di architettura non ordinarie - Palazzo del Lavoro / Foto di Emiliano Zandri
Storie di architettura non ordinarie – Palazzo del Lavoro / Foto di Emiliano Zandri