Dell’illusione e della Vertigine – Intervista a SBAGLIATO

Prima o poi capiterà anche a voi: camminando di fretta oppure passeggiando con la calma e il piglio del flâneur, vi fermerete, sorpresi, sconvolti, incuriositi da qualcosa di insolito, qualcosa di sbagliato. Che sia una finestra, una porta, un qualsiasi elemento architettonico, qualcosa di insolito sarà caratterizzato dal fatto che non riuscirete ad attraversarlo, non potrete toccarlo o verificarne la coerenza materiale, perché, come vi accorgerete dopo qualche istante, non sarà tridimensionale. Sarà un inganno, un poster attaccato dal collettivo artistico romano SBAGLIATO per disseminare varchi inattesi, un trompe l’oeil contemporaneo che si avvale dell’iperrealismo fotografico per sfidare la comprensione e il buon senso.

Se per Michel Foucault con eterotopie si designavano “quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano” è innegabile che l’operazione compiuta da SBAGLIATO sia, ben poco sottilmente, eterotopica: il risultato è disturbante, inquietante, non si rifugia nella consolazione propria dell’utopia, ma anzi strappa, distorce, sconvolge la percezione, il tessuto urbano, le nostre sicurezze.

Dal 14 ottobre i ragazzi di SBAGLIATO porteranno queste riflessioni nel loro primo solo show alla Galleria Varsi di Roma, dove, attraverso la realizzazione di una grande installazione labirintica e una serie di disegni e opere fotografiche, esploreranno la possibilità fare esperienza del vuoto. Il titolo, Vertigine, evoca chiaramente le possibili reazioni ed istinti che scaturiscono dallo stravolgimento delle leggi della prospettiva, della visione e quindi dal contatto con il vuoto: approfittando di questa occasione, gli abbiamo fatto qualche domanda.

Siete tre architetti e designers. Qual è la vostra formazione? Come nasce il progetto SBAGLIATO?
SBAGLIATO nasce nel Maggio 2011: in quegli anni ci incontravamo spesso all’interno di un piccolo scantinato per studiare. C’era chi studiava grafica e chi architettura, corsi differenti ma appartenenti alla stessa famiglia. Il progetto nasce da un’intenzione comune di interagire con il tessuto urbano: iniziammo subito ad attaccare poster con all’interno raffigurazioni di elementi architettonici.

Nel vostro lavoro esiste una forte componente data dall’inganno, dalla sorpresa, dall’illusione. Qual è il rapporto che volete instaurare con l’osservatore?
La prima componente illusoria è data dalla mimetizzazione del nostro lavoro. Inserendo immagini già presenti nel tessuto urbano, nel nostro caso elementi architettonici, l’osservatore può anche non accorgersi di una nuova presenza sul muro che vede tutti i giorni. Nel caso in cui il fruitore colga l’inganno potrebbe innescarsi in lui una successione di stati di animo contrastanti: ci auguriamo che il tutto finisca con un sorriso perplesso. Preferiremmo che chi incontra il nostro lavoro non metabolizzasse immediatamente l’intento, vorremmo che si innescassero in lui una serie di domande sempre più approfondite su cosa comporta la scelta di aprire un vuoto prima impensabile.

Da dove deriva questa scelta, sicuramente radicata nel tempo e anche nello spazio (basti pensare al ruolo dell’illusione nel lavoro di Bernini e Borromini, nel barocco in generale, piuttosto che ai trompe l’oeil di cui la storia dell’arte è ricca)?
In passato ci è stato detto che realizziamo degli effetti speciali non digitali ma analogici, ecco forse questa è una visione che ci avvicina a quel periodo storico-architettonico. Sicuramente ci sono dei punti di contatto, in particolare nell’approccio così teatrale nei confronti dell’architettura, dove tutti gli elementi sono scenograficamente studiati nel dettaglio.

Qual è la vostra visione dell’Architettura?
C’è chi vede l’origine dell’architettura nella necessità di trovare un luogo alle persone care che purtroppo non sono più con noi, altri credono che derivi dalla necessità di trovare un rifugio per proteggersi. L’architettura è un’arte che nasce da necessità e ne siamo pienamente coscienti: noi ironizziamo su questo suo ruolo e proviamo a scardinarlo continuamente.

Qual è il vostro rapporto con Roma, vostra città di origine?
Il nostro rapporto con Roma si può definire totalizzante: un po’ perché è la città dove siamo nati e cresciuti, un po’ perché da sempre Roma è stata culla di grossi cambiamenti storici, politici e culturali. Inevitabilmente questo ha compreso anche l’arte e l’architettura. Sono infiniti gli spunti che offre e molte volte ci rendiamo conto di quanto sia difficile digerire tutte queste informazioni. Nei primi tempi l’abbiamo letteralmente perlustrata nella sua interezza, sia per raccogliere materiale (infinito) sia per lavorarci direttamente: ancora oggi ci stupisce ogni volta, non basterebbe una vita per scoprire tutti i suoi segreti.

Il vostro lavoro si basa su una forte ri-contestualizzazione visiva di alcuni elementi architettonici trasposti in un nuovo tessuto urbano. Come avviene questo processo creativo e, nello specifico, come scegliete il materiale architettonico da trasporre e il punto in cui trasporlo?
La questione della trasposizione degli elementi avviene a seconda delle situazioni: se decidiamo di fare un giro in città con i poster, senza una precisa commissione, andiamo a creare un totale mimetismo con l’ambiente su cui installiamo, utilizzando elementi puntuali, come ad esempio finestre e porte, che possono essere inseriti nel tessuto urbano facilmente grazie alle loro dimensioni e a un’ottima versatilità. Invece, se ci danno una superficie specifica su cui lavorare, possiamo spaziare con elementi differenti, costruendo un intervento più organico.

Quali sviluppi ha avuto il vostro lavoro nel tempo?
Con il passare del tempo abbiamo ampliato sempre di più la nostra personale visione dell’architettura. Siamo partiti dagli elementi più iconici per poi arrivare a quelli più complessi. Ora stiamo cercando di avvicinarci anche all’architettura primitiva: le prime forme di architettura e gli istinti che hanno portato l’uomo a realizzare alcune necessità innate.

Come ha origine Vertigine, il vostro primo solo show?
Vertigine ha come protagonista la ricollocazione di uno degli elementi architettonici più interessanti dal punto di vista strutturale, decorativo e soprattutto concettuale: la scala. Questo elemento è la concretizzazione di uno degli istinti primitivi più emozionanti: la necessità di andare verso l’alto, di elevarsi. Questo istinto è sempre stato presente nell’uomo e addirittura l’evoluzione stessa ce lo dimostra: eravamo dei quadrupedi e la volontà di alzarci in piedi a tutti i costi è stata tale da farci sacrificare alcune tra le qualità fisiche più importanti per il mondo animale come la velocità, il potersi arrampicare facilmente, la forza. La vertigine è un punto limite per ognuno di noi. É una sensazione che ci permette di avere un’esperienza diretta del vuoto: attraverso la percezione illusoria di una verticalità stimoliamo l’osservatore a soffermarsi ad indagare quella sensazione ed in particolar modo se stesso.

Qual è il ruolo del vuoto, sempre presente nel vostro lavoro, in uno spazio comunque limitato come può essere quello di una Galleria?
É presente una grande letteratura a riguardo e abbiamo trovato diverse definizioni del vuoto. Nel lavoro che facciamo il vuoto è spesso paragonabile all’abisso: ad esempio all’interno di un finestra che attacchiamo, se è aperta, preferiamo non inserire nessun soggetto e lasciare più ombre possibili, lasciandola vuota appunto. Vogliamo che chi sta osservando in quel momento si sforzi di vedere cosa c’è dietro quell’oscurità, per poi capire che non vi si trova solo il vuoto, ma l’abisso. In questa caduta l’osservatore, se andrà fino in fondo, potrà trovare solo se stesso.

Quali sono i vostri piani per il futuro? Dove ci potremo far ingannare ancora da SBAGLIATO?
Programmi futuri? Bè nell’immediato la nostra mostra personale il 14 Ottobre che durerà fino al 13 di Novembre alla Galleria Varsi di Roma con il titolo Vertigine, poi, per quello che possiamo dire, nei prossimi mesi andremo a lavorare in Nord Europa. Il resto lo vedrete.

Recap:
Vertigine
Galleria Varsi, Via di San Salvatore in Campo, 51, 00186, Roma
14 Ottobre – 13 Novembre