Fallimento e recupero di un fatto urbano – Il mercato di Souto de Moura a Braga

La poetica dello spazio sviluppata da Souto de Moura è in equilibrio tra avanguardia figurativa, tradizione e ironia. Le sue architetture si collocano in un centro esatto tra un’affinata sapienza progettuale e la manifestazione dell’estro individuale. Un approccio caratteristico degli esponenti della scuola di Oporto, largamente influenzati dalla disciplina del maestro Fernando Tavora, per cui l’architetto è spinto dalla necessità di stabilire un programma di scambio con la storia del luogo, pur nella consapevolezza che il progetto arriverà ad un momento della definizione in cui tutte le prime azioni sintetiche non sono sufficienti e si dovrà procedere con scelte individuali. Già dalle sue prime opere, Souto de Moura ha definito nitidamente un linguaggio che unisce un’estetica architettonica spiccatamente modernista (con frequenti citazioni dell’opera di Mies, Le Corbusier e Niemeyer) ai materiali – in alcuni casi le rovine – della tradizione costruttiva portoghese. I chiari riferimenti al linguaggio del neoplasticismo e all’opera degli architetti olandesi di De Stijl, però, non si riferiscono tanto alle finalità estetiche, quanto all’utilizzo di un lessico esasperatamente pragmatico (che nei casi più rappresentativi si riduce a due elementi, un vetro e un muro). Un’architettura che è metafora della cultura progressista di una società contemporanea ideale, filtrata dalla retorica portoghese basata sulla razionalità della costruzione.

Tuttavia, la prima occasione costruttiva rilevante della sua carriera, ha messo duramente alla prova il prodotto del suo processo creativo. Il mercato del quartiere Carandà a Braga, infatti, rientra in quei rarissimi casi in cui un’architettura riceve la chance di una seconda vita, un riscatto dopo un incipit fallimentare. L’intervento originale rappresentava già delle premesse di progetto una sfida complessa per via della natura del sito in cui il mercato si inserisce: un luogo dello scarto, privo di una precisa identità urbana. Il mercato realizzato dall’architetto portoghese viene presto abbandonato e svuotato da ogni funzione.
Allo stesso Souto de Moura, 15 anni dopo, verrà affidato il compito di intervenire sulle rovine e farne il punto di partenza per il disegno di un luogo urbano fortemente iconico e stratificato.
Pur essendo stato concepito all’interno di una condizione di “disastro annunciato”, il progetto del mercato di Braga rappresenta oggi un riferimento fondamentale per chi si misura con la progettazione dello spazio pubblico. Il motivo di questa dinamica quasi paradossale lo aveva spiegato Aldo Rossi, circa 17 anni prima del progetto di Braga, nell’Architettura della Città. Rossi racconta il complesso tema della costruzione della città nel tempo, partendo dal concetto di “fatto urbano”. I fatti urbani sono particolari oggetti (o insiemi di oggetti) che danno una forma concreta alla società, che attraverso essi acquista memoria e coscienza di sé. Sono fatti individuali, nel senso che i loro spazi godono di una qualità intrinseca che li rende adattabili, nel corso del tempo, ad un avvicendarsi di diverse funzioni urbane, che ogni volta ne arricchiscono i contenuti formali.  Per farci afferrare il concetto, Rossi porta ad esempio il Palazzo della Ragione di Padova: “Quando si visita un monumento di questo tipo si resta sorpresi da una serie di questioni che ad esso sono intimamente legate; e soprattutto si resta colpiti dalla pluralità di funzioni che un palazzo di questo tipo può contenere e come queste funzioni siano per così dire del tutto indipendenti dalla sua forma e che però è proprio questa forma che ci resta impressa, che viviamo e percorriamo e che a sua volta struttura la città”.
Il mercato di Braga, quindi, aveva in sé le proprietà di un fatto urbano in quanto episodio architettonico capace di dare forma alla città. Le piene potenzialità del progetto, però, si sono manifestate solo in occasione dell’intervento di riqualificazione, in cui la ri-funzionalizzazione degli spazi è stata veicolata per enfatizzare la vocazione di percorso urbano.

Nell’intervento originale (1980-1984) l’architetto non si limita alla definizione formale ma sceglie il tentativo di “fare città”: propone lo sviluppo di una nuova porzione di maglia urbana, un frammento a cui è affidata la responsabilità di svolgere il ruolo di cerniera tra le aree che vi si affacciano. La speranza è che il “non-luogo” in cui si inserisce l’intervento si trasformi in una parte integrante della città consolidata, o meglio, che ne diventi fulcro. Come nelle più ortodosse delle pratiche urbanistiche, vengono identificati due tracciati ortogonali. Il progetto poi trasforma i tracciati in muri, e i muri diventano percorsi, che separano e connettono parti di città esistenti. I percorsi che si trasformano in muri possono anche essere interpretati come una stabilizzazione della strada stessa, da un’azione effimera e transitoria, ad una presenza irremovibile e configurazione insediativa: Christian Norberg-Schulz, nel testo Esistenza, Spazio e Architettura, definisce lo spazio urbano come una struttura organizzata di percorsi (o direzioni) e luoghi (o centri) in relazione tra loro. L’interazione tra i luoghi e le direzioni dei percorsi crea necessariamente un varco nel margine. Varco che assume nel tempo l’importante valenza simbolica di “portale”: elemento chiave della comunicazione tra i luoghi. Lo spazio architettonico è la traduzione materiale della relazione tra i luoghi e i percorsi dello spazio esistenziale.

Il sito era quello e solo quello. Una fattoria cinta da muri, incastrata nella città. Al centro del terreno, una collina. In cima una casa. Era l’incontro di due percorsi, assi ortogonali del terreno che lo collegavano alla città. Dato che l’incontro era lì, nella casa, il mercato lì rimase. Dato che il percorso era diritto, il mercato assunse la stessa giacitura.
Eduardo Souto de Moura

I due muri longitudinali paralleli definiscono gli spazi del mercato ed hanno diversa natura: uno in cemento intonacato bianco, l’altro in granito posato a secco. Un terzo muro trasversale, anch’esso in granito, completa la definizione dei percorsi, genesi stessa del progetto.

La copertura piana, oggi rimossa, era un elemento che connotava l’intero intervento su un piano visivo; il parallelismo con il padiglione miesiano di Barcellona, però, è solo una provocatoria illusione, dal momento che questa non entrava mai in contatto con i lunghi setti murari ed era retta da una doppia fila di 32 colonne che scandivano lo spazio del mercato in tre navate. Lo spazio/percorso centrale, in definitiva, non era un involucro ma un lungo tetto posto al centro tra due volumi più bassi. I corpi laterali che si affacciano sullo spazio interno sono caratterizzati da una figura ricorrente (nelle opere successive) nella produzione di Souto, ovvero la grande parete vetrata che si inserisce all’interno di un elemento scatolare sordo ed essenziale.
L’intuizione dell’architetto risiede proprio nella grande copertura piana, in cui si manifesta un concetto chiave della poetica di Souto de Moura: il contrasto generato dalla coesistenza di elementi e sistemi appartenenti a campi semantici apparentemente incompatibili; in questo caso il gioco neoplastico di setti e copertura piana sono brutalmente affiancati ad un colonnato di impostazione classica.

Il progetto del mercato di Braga dimostra come l’elemento del muro sia stato dal principio, nella produzione di Souto de Moura, un fondamentale strumento di lavoro. Usando i muri Souto definisce spazi mai introversi, che riescono a dar vita ad un complesso sistema di filtri, percorsi, recinti permeabili. Il muro, in sostanza, è un elemento essenziale della poetica sviluppata dall’architetto, e la sua presenza ricorrente è probabilmente il motivo per cui il suo linguaggio risulti così facilmente riconoscibile, in particolare se paragonato al lavoro di Siza, spesso caratterizzato da un’ispirazione formale di nuova concezione. In un’intervista rilasciata poco dopo il conseguimento del prestigioso Pritzker Architecture Prize nel 2011 (il secondo architetto portoghese a riceverlo dopo Alvaro Siza nel 1992) lo stesso Souto dichiara:

Il muro per me è importante per questo. Durante la mia formazione ho scelto il linguaggio neoplastico perché è frammentario e astratto; questo mi sembrava molto efficace. Applicando invece il linguaggio classico, con la finestra e la porta, mi pareva che la costruzione diventasse debole, senza spessore. Le porte e le finestre sono un non-muro.
Eduardo Souto de Moura

Nonostante la complessa base teorica su cui si basava il progetto originale, il complesso del mercato sarà destinato a soccombere ad una serie di logiche che vanno ben oltre le dinamiche squisitamente architettoniche. In poco tempo diventa chiaro che le fluide trasformazioni sociali e culturali in atto nella città contemporanea, in cui il consumo di beni è ormai troppo spesso legato ad una produzione su scala globale, entrano in conflitto con un più rigido programma di distribuzione funzionale che vede il mercato di quartiere come fulcro dello scambio economico e sociale alla scala del quartiere.

Quando vent’anni fa progettai il mercato, l’idea era di creare una strada coperta, un frammento di città in grado di istituire una maglia urbana. La maglia si è realizzata, anche troppo, e il mercato, oggi, si trova soffocato da scuole, da discoteche e da una irrefrenabile speculazione immobiliare. Nel corso degli anni, visitando diverse volte la rovina, ho constatato che il mercato veniva usato come ponte, una strada di attraversamento necessaria per collegare due assi della città.
Eduardo Souto de Moura

Invitato a decidere le sorti dell’opera abbandonata (1999-2001), Souto de Moura inizialmente ne propone l’abbattimento, poi individua una serie di interventi finalizzati a definire una nuova configurazione che allo stesso tempo metta un accento sui pregi della configurazione originale. Oggi, il Mercado Cultural do Carandá è un contenitore di diverse funzioni. Le più significative sono la scuola (di danza e musica) e uno spazio per le attività culturali che ospita mostre e spettacoli.

Viene definito un progetto di sottrazione, in cui l’intervento più significativo e radicale è rappresentato dalla rimozione della copertura. Questo gesto, se da un lato elimina la funzione del mercato di quartiere, dall’altro enfatizza la natura di percorso perdonale che era presente anche nel progetto originale. La più grande intuizione dell’architetto sta nel mantenere in piedi i 32 pilastri, che diventano automaticamente progetto di un nuovo spazio pubblico definendo un vuoto che è sia uno spazio votato allo stare in condivisione, sia un elemento di connessione.

Le armature di collegamento tra i pilastri e la copertura sono state volutamente lasciate scoperte, quasi a rappresentare un capitello dello stile moderno, e sono stati inoltre mantenuti alcuni oggetti significativi della passata funzione di mercato, come lavabi e banconi espositivi. “La stratificazione dei segni, il senso del tempo e della consunzione della materia, l’interazione che questa instaura con il presente – tutto ciò costituisce non soltanto la sintesi della personale poetica di Souto de Moura, ma anche il consistente riflesso di una maniera specificatamente portoghese” (Biraghi). Attraverso un corridoio si raggiungono gli spazi interni della scuola di danza, impreziositi dalla presenza di patii che illuminano gli spazi delle palestre. La copertura che originariamente era il passaggio pedonale, oggi ospita attività all’aperto di vario genere.

Il mercato è uno spazio pubblico che è contemporaneamente luogo fisico e processo di scambio e relazione tra i fruitori di quel determinato luogo. Un punto di forza del progetto originale pensato da Souto de Moura sta nell’avere concepito uno spazio caratterizzato da uno sviluppo longitudinale, pensato come un percorso generatore di relazioni. Sergio Crotti in “Strade, frontiere interne della trasformazione urbana” parla del tracciato che, attraverso i suoi caratteri relazionali, diventa uno strumento mentale capace di colonizzare e organizzare lo spazio. Stando a questa interpretazione della strada intesa come spazio delle relazioni, il mercato di Braga può essere visto come un manufatto che è sopravvissuto al suo proposito originale ed è passato dall’essere uno spazio pubblico per lo scambio commerciale, all’essere uno spazio pubblico per lo scambio culturale.
Il progetto del mercato di Braga, anche nella sua prima versione “fallimentare”, ha dimostrato da subito un valore individuale in qualche misura indipendente dalle dinamiche socio-culturali della città contemporanea. L’intervento di recupero, poi, ha sancito ed enfatizzato la qualità degli spazi, candidandolo a diventare un luogo della memoria di quella specifica comunità urbana.

Del resto lo stesso Souto de Moura ha dichiarato come il dialogo tra la città e il monumento, raccontato da Aldo Rossi, rappresenti una solida base culturale per la definizione di questo progetto, e la storia recente dell’edificio ne fa certamente una delle architetture contemporanee più rossiane:

Nel progetto di trasformazione propongo di eliminare la copertura, disegno un giardino e una strada, organizzo un programma culturale nel poco spazio coperto che è rimasto. Oggi è morto Aldo Rossi. Non posso non fare cenno al suo testo sulla Architettura della Città alla base di questo progetto; allinversione duso e di scala del palazzo di Diocleziano a Spalato.
Eduardo Souto de Moura