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Avete mai pensato a quella sensazione di inquietudine lasciata dal sogno al risveglio? A quello stato di coscienza-incoscienza, tra realtà ed immaginazione, in cui cercate di acchiappare le ambientazioni, i dettagli appena sognati, ma ciò che vi resta è solo il ricordo di uno spazio amorfo decontestualizzato in cui vaga insoddisfatto un senso di disorientamento? Questo stesso senso di disorientamento, in uno scenario in bilico tra finzione e realtà, è al centro dell’opera della fotografa statunitense Lauren Marsolier.

Americana di adozione, francese di nascita, Lauren ha lavorato dal 2005 a varie serie fotografiche (Transitions e Dislocation) in cui esplora la transizione tra la percezione umana e ciò che ci circonda regalando un’esperienza prima di tutto emotiva. Contro l’abuso contemporaneo della fotografia, cercando di sfruttare le capacità della tecnica tradizionale e digitale, Lauren Marsolier crea paesaggi surreali, esito di un lunghissimo processo di copia incolla di molteplici scatti. Si avvale dello scatto classico per catturare oggetti, paesaggi, architetture tra Europa e America e della tecnologia digitale per astrarre totalmente qualsiasi elemento in un collage dalla visione esteticamente precisa, intonsa, inspiegabilmente veritiera e virtuale. Le auto sono coperte, le porte chiuse, i paesaggi aridi e la luce artificiale stride con il cielo finto celeste così piatto da sembrare lo sfondo di un set cinematografico. L’unico elemento autentico, a riportare il pensiero alla realtà, sono le ombre che timide si stagliano sui volumi. Il silenzio si percepisce alla vista dei luoghi immobili dove l’uomo non si vede ma esiste. Esiste nelle tracce di elementi antropici, nei sporadici oggetti, nel verde così plasticamente perfetto da prevederne la cura quotidiana di un qualcuno che Lauren sostiene essere la società moderna. Perché la scena ritratta è quella di un futuro apparentemente lontano ma in realtà molto vicino alla nostra epoca dove ogni luogo è indifferentemente uguale dall’altro capo del mondo, dove esistono spazi così privi di identità da portare al disorientamento, dove i rapporti interpersonali sono così aridi da rendere la vita isolata e solitaria. Disorientamento, inadeguatezza, incertezza sono le sensazioni del nostro tempo e le stesse che le fotografie di Lauren intendono suscitare nell’osservatore. Artwort ha indagato ancora più a fondo in questo nuovo vocabolario visuale intervistando l’artista.

Hai iniziato il tuo progetto Transition – Part 1 nel 2005. Qual è la tua precedente formazione?
Prima lavoravo come fotografa pubblicitaria.

Dall’ inizio fino agli ultimi lavori, i paesaggi sono diventati sempre più artificiali, costruiti, alieni. Parlami di questo sviluppo.
Il mio lavoro è alimentato dalla volontà di sperimentare un percorso nella transizione psicologica. All’inizio volevo che il lavoro esplorasse le tensioni tra ciò che sembra familiare, naturale e ciò che percepiamo come alieno o costruito. I paesaggi che costruisco materializzano i sentimenti conflittuali riguardo ai veloci mutamenti del mondo che ci portano al tempo stesso conforto e insicurezza, e che costantemente sfida la nostra nozione di ciò che consideriamo reale o autentico. L’impressione dell’artificialità proviene sia dagli elementi che scelgo di inserire che dalla loro composizione. Con le tecnologie digitali il mezzo della fotografia si è completamente trasformato. Il suo processo e le sue possibilità sono molto differenti da quelle a cui siamo abituati. Il principale motivo che mi fa rinunciare all’analogico per il digitale è stata la sperimentazione del collage digitale circa 12 anni fa. L’evoluzione che noti nei miei lavori è causata anche dall’aver insistito in questa esplorazione. In una fotografia composita, libera dal singolo punto di vista della fotografia tradizionale, può emergere un nuovo vocabolario visuale. Io posso alterare e giustapporre elementi fotografici in un modo in cui la fotografia analogica non può fare, cosi il risultato della composizione non sembra come quello di una fotografia diretta.

Il tuo intento è donare un esperienza, lavorare sulla psicologia umana. Cosa vuoi che scatti nella mente dell’osservatore?
Io penso come un’artista, fare arte mi aiuta nel trattare e dare senso alle percezioni conflittuali del mondo attorno a me. È una forma di introspezione che spero sia condivisa e compresa. Il mio lavoro non documenta il visibile ma ambisce piuttosto a visualizzare qualcosa di intangibile, un passo nell’incoscienza, un senso di disorientamento o disconnessione da ciò che ci circonda. Mi piace che le mie immagini provochino confusione nello spettatore riguardo ciò che stanno osservando e cosa sentono guardando il paesaggio.

Osservando le tue fotografie, sembra di essere immersi in una dimensione onirica dove gli elementi sono influenzati dal subconscio umano e dalle emozioni. Il tuo processo creativo infatti deriva dall’introspezione. C’è un collegamento con il sogno?
Non c’è una connessione diretta con i sogni, ma c’è certamente una connessione con il subconscio da cui derivano i sogni. La mente non percepisce nello stesso modo in cui percepisce l’occhio. Molti livelli della memoria passata, conscia ed inconscia, partecipano per mescolarsi con l’immediatamente visibile. La mia intenzione è creare un’esperienza completa. Ecco perché tendo a fondere percezioni multiple in una sola immagine, combinando più fotografie.

Nei tuoi lavori, realizzare un immagine è un lungo processo digitale fatto di taglia e incolla. Quanto ci impieghi nel terminare un immagine? Quando trovi il tuo equilibrio compositivo?
Settimane o mesi. Tendo a lavorare con più di un’immagine alla volta, perché ho bisogno di raccogliere più ritagli per cercare di provare più giustapposizioni contemporaneamente al fine di suscitare uno sguardo fresco, nuovo. Quando inizio una serie, seguo una direzione generale, ma le tattiche sono abbastanza intuitive. Faccio molte prove ed errori e lavoro sulle immagini fino a quando non mi sembrano giuste.

L’uomo è assente ma presente nelle tracce, negli edifici, negli elementi antropici. Qual è il ruolo di questo vuoto? E se gli esseri umani abitassero questi luoghi, che tipo di società immagineresti?

L’assenza dell’uomo non è una scelta realmente consapevole. Per un po’ ho pensato che prima o poi sarebbe apparso, ma non è ancora successo. Per ora mi sembra inappropriato, forse perché non lo sento necessario, dato che la presenza umana è percepibile già nel paesaggio. Però se ci ripenso, la mancanza della presenza umana mi evoca un mondo che si sta continuamente meccanizzando, virtualizzando e astraendo dalle interazioni umane. Le ragioni che mi guidano ad una scelta artistica sono molteplici: quando sono in una fase creativa ho una vaga intenzione del risultato finale, il processo è sempre aperto. Per la seconda parte della tua domanda, penso che la società che possa vivere in questi luoghi sia la nostra.

Hai detto che i tuoi lavori provengono da ispirazioni degli Stati uniti e dell’Europa, dove possiamo trovare la presenza di queste due culture nella tua fotografia?
Lavoro con un archivio di fotografie scattate in Europa e negli Stati Uniti perché sono i luoghi in cui vivo, ma, quando scelgo gli elementi per la mia composizione, elimino qualsiasi segno culturale. Sono interessata al generico, al tipo di costruzioni e di artefatti che possano essere replicati in tutto il mondo globalizzato. I posti quindi sembrano familiari, e allo stesso tempo non appartenere a nessun luogo. Il senso di Dislocation proviene da questa scelta.

Le tue fotografie sembrano dei set abbandonati. Hai riferimenti cinematografici? Se fossi un regista, che tipo di film ambienteresti nelle tue scene?
Mi piace l’aspetto ambivalente dei miei paesaggi, un posto tra il falso ed il reale. E’ abbastanza giusto pensare che le scene possano sembrare dei set di un film. Il senso dell’invenzione che ho costruito nelle immagini si riferisce non solo ai set cinematografici ma a tutti i tipi di ambiente simulato. Sono interessata alla relazione tra coscienza ed iperrealismo crescente nel nostro mondo, e come in ogni generazione, le nuove tecnologie ci guidino a rinegoziare la nozione di reale. Il mio approccio da regista quindi si concentrerebbe sulla psicologia umana.

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