Alphaville Architects, uno studio nato della collaborazione degli architetti Kentaro Takeguchi e Asako Yamamoto, rivisita la composizione architettonica seguendo la poetica dell’architettura del paesaggio tradizionale giapponese.

Nei giardini giapponesi è fondamentale la relazione visuale tra lo spazio interno e i luoghi oltre il recinto. Questa concezione interviene nei progetti, stimolando una particolare attenzione alle relazioni che mettono in discussione la finitezza dello spazio progettato, interrogando continuamente i propri confini, inglobandoli all’interno. La composizione si serve di linee oblique, traverse e piani sfalsati, per creare quinte sceniche che annunciano una sequenza infinita di spazi continui, mettendo in dubbio l’alterità della dualità inizio-fine o dentro-fuori.

Nelle opere di Alphaville Architects gli spazi si susseguono in maniera fluida, senza una particolare gerarchia, mantenendo una precisa identità con elementi marcati o meno assertivi, come accade nella House Twisted ad Osaka, oppure nella Roof on the Hill a Hyogo, dove s’introduce la variazione di quota, alcune volte brusca, altre lieve.

In entrambi i progetti risalta la cura con la quale è organizzata la profondità scenica, ottenuta utilizzando elementi intermedi, come setti murari e arredi fissi o mobili, che si contrappongono tra la scena e l’osservatore, suggerendo una dimensione che continua a svolgersi oltre il campo visivo.

I sistemi costruttivi contribuiscono all’espressività dello spazio, attraverso elementi che definiscono la costruzione geometrica e la logica strutturale, come ad esempio avviene nella copertura dell’edificio di Hyogo; composta da moduli triangolari collaboranti, all’esterno simula il profilo di una montagna, mentre all’interno, le nervature metalliche bianche a vista suscitano la quiete di una sosta sotto gli alberi.

Fondamentale è la concezione della misura. Secondo uno dei maestri dei giardini, Isamu Noguchi, la misura è un elemento fittizio ed immaginario, poiché non si intende come grandezza fisica, ma  legata al significato dello spazio, attribuito dalla presenza umana in grado di riconoscerla e restituirne perciò il senso fisico. Un luogo immenso o estremamente ridotto potrebbe non avere alcun significato. Questa percezione sottile dello spazio è evidente anche nel Koyasan Guest House, un dormitorio per giovani nei pressi del tempio della setta Shingon, a Koyasan.

Un edificio longitudinale che richiama la tradizione giapponese: un corridoio tra due colonnati porticati in legno collega lo spazio del dormitorio al luogo pubblico con due sale ricreative. Il colonnato ha un ruolo fondamentale poiché nella zona collettiva è l’elemento che invita ad esplorare lo spazio profondo, ma, allo stesso tempo, permette a due ambienti di comunicare e di essere percepiti. Il passo diversificato dei pilastri sembra indicare al visitatore la direzione dalla quale accedere all’interno, esplicita la diversità di alcuni tratti, percepibili osservando la prospettiva del portico che volontariamente nega l’aspetto più lineare del passo costante.

Tale espressione percettiva è amplificata dalle dimensioni ridotte al necessario per lo svolgersi dello spazio. Con un grado di complessità crescente che culmina nella zona dei dormitori.

Uno strumento essenziale di queste opere è la luce, progettata in funzione dell’abitare e per guidare il visitatore nei percorsi conquistati dalle viste scorciate: mai casuale o enfatica, è un elemento espressivo dello spazio e radicato nella forma dei progetti.

Le architetture di Alphaville sono opere che dichiarano la necessità dell’esperienza fisica nello spazio, concepito per essere attraversato e percorso da una precisa regia del movimento e dello sguardo.

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