Tokujin Yoshioka: artificial chaos

“The most beautiful things I believe in this world is what is irreproducible, accidentally born, and disorder that cannot be understood by the theory.”

Con una sensibilità a metà strada tra l’approccio scientifico e tecnologico di artisti come Eliasson o Roosegaarde e la sperimentazione concettuale sulla materia e la modularità da Nendo ai Bouroullec, Tokujin Yoshioka propone paesaggi spirituali e illuminanti visioni permeate di luce. Affascinato dalla regolata casualità dei fenomeni naturali, crede nella possibilità di riproporne gli elementi che ci ispirano più profondamente e di integrarli nel processo di progettazione. La gemmazione di cristalli della Venus Chair come l’Honey-pop Armchair scolpita a partire da celle di carta esagonali o la Waterblock Bench, che solidifica lo scorrere di un ruscello per farne una seduta, sono tutti esempi di una ricerca che parte da uno spunto naturale per isolarlo e restituirlo nella propria sensuale individualità.

Probabilmente è però con la ripetizione ossessiva e affidata al caso di un singolo elemento che Yoshioka riesce a sorprendere in modo particolare, giungendo a creare paesaggi eterei e onirici da attraversare in punta di piedi. Tornado prende spunto dal fascino primitivo per la mutevolezza delle nuvole, rendendole attraverso cataste informi costituite dall’accumulazione di più di due milioni di semplici cannucce di plastica bianca. Allo stesso modo, l’installazione Rainbow Church arriva a trattare la luce come un materiale (Anno Tropico di Formafantasma) e nello specifico come un materiale da costruzione, estendendo una serie di prismi di cristallo fino a ricoprire l’intera facciata. Il risultato generale ricalca l’effetto della Harpa Concert Hall di Eliasson, ma con il ricorso a mezzi estremamente più semplici e con una maggiore pulizia formale e un impatto più chiaro.

The Snow invece riprende il tema di Tornado e in qualche modo lo supera, lavorando questa volta con un materiale soffice come la piuma e integrando la gravità ed il movimento all’interno dell’opera stessa. La scultura non è più un ambiente statico in cui muoversi ma uno spettacolo dinamico e coinvolgente da reinventare ogni volta, portandoci a riscoprire la meraviglia infantile per le piccole cose e i fenomeni  momentanei racchiusi nella rifrazione di un raggio luminoso come nel formarsi di un fiocco di neve.