DADS | L’assenza nella serie di Camille Lévêque
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L’arte non ha sesso ma è tutto al femminile il collettivo Livewild di cui Camille Lévêque è fondatrice e direttore artistico. In continuo sviluppo, la sua pratica fotografica esplora l’intimità e costruisce serie narrative in cui fonde il genere documentario ad un approccio artistico e personale. La sua ricerca si incentra sui rapporti, spesso familiari, avvalendosi di archivi che diventano soggetto e supporto per rappresentare l’idea della memoria, il suo impatto sul presente e sul futuro, i suoi limiti e la sua dissolvenza. E in dissolvenza sono le figure paterne che nell’ultima serie Dads intingono di mesta tristezza la pellicola fotografica. Immerse in un’atmosfera dal gusto dolce del ricordo, i volti della famiglia, madre e figli sorridenti, si tramutano in illusori sorrisi al fianco della presenza fantasma del papà alla quale è stata  ritagliata la testa. In bilico tra il collage dadaista e il drastico ritaglio, il documentario e la ricerca artistica, la presenza e l’assenza, l’autobiografico e l’universale, l’artista francese racconta in questa intervista il suo viaggio ancora in evoluzione sul tema onnipresente della figura dei papà.

Parlami del progetto Dads. Come è iniziato?
Il progetto è iniziato nel 2014, avevo già una vasta collezione di foto di famiglia riunite qua e là da Ebay e da mercatini dell’usato e decisi di modificare queste immagini al fine di dare loro una nuova vita e un nuovo fine. Molti dei miei lavori si evolvono attorno all’idea della memoria e volevo distorcere i ricordi che queste immagini rappresentavano per illustrare l’impatto del tempo sulla memoria. Poco interessata al lavoro casuale sulle foto, ho focalizzato la mia ricerca su un personaggio in particolare: il papà.

Il primo volume è parte di un trittico sull’assenza e sul ruolo del padre, dall’antica figura ai moderni approcci verso questa questione. Come consideri la figura del padre nella cultura moderna, e qual è il ruolo della madre e della donna?
Anche se la figura del padre si è molto evoluta penso che il suo ruolo sia rimasto lo stesso. In realtà penso che la figura del padre si sia evoluta perché la figura maschile si è evoluta. Noi stiamo permettendo all’uomo di essere più sensibile, una caratteristica comunemente associata alla donna, alla madre. Ci sono più padri casalinghi, padri single e la stessa struttura della famiglia è cambiata molto. Dai genitori omosessuali, ai genitori single, le famiglie ricomposte, l’adozione, le famiglie atipiche con coppie di tre persone come per esempio  le relazioni di madri surrogate/donatori di sperma. Con questa evoluzione, la struttura classica della famiglia si è indebolita e ha portato alla ridistribuzione dei ruoli. Detto ciò, il ruolo del padre è ancora molto legato a un idea del potere e dell’autorità. Questa idea ci riporta alle antiche istituzioni e penso che durerà per sempre. La parola patriarca è comunemente usata per descrivere il padre, e più precisamente il capofamiglia. Come una piccola versione della nostra società, le nostre famiglie hanno ranghi e determinati ruoli che possono essere approvati, trascurati o abbandonati. Credo che sia una genericità ampiamente diffusa associare gli uomini al potere e le donne alla sensibilità. Ma quando si tratta di un ruolo assegnato nella famiglia, in vari paesi accade che ci siano strutture matriarcali per cui non c’è una vera regola. Riguardo al capitolo della “questione papà” è un concetto che trovo affascinante specialmente perché è diventato una “cosa” nella cultura moderna, quasi il seguito del complesso di Edipo. È diventata una scusa, un motivo, una giustificazione dell’afflizione della donna. Come se l’assenza del padre, dovesse avere, con nessuna accezione, un impatto sulle sue future relazioni con l’uomo e sul modo in cui percepisce se stessa come donna. Ancora una volta, è implicito che le donne non possano pienamente completarsi senza la presenza di una figura maschile che la aiuti, la formi, la guidi.

Le foto trasmettono felicità e disagio allo stesso tempo. I volti sorridono ma le figure sono abbracciate da un uomo senza faccia. Quando dici “Si possono dimenticare le caratteristiche di un volto ma ricordi la perdita o il sentimento di vuoto”, quali emozioni vuoi trasmettere? Rabbia, solitudine, rimpianto?
Con questa frase discuto sul fatto che la memoria si affievolisce e si può dimenticare qualcosa che esiste, allo stesso tempo possiamo costruire i ricordi dal nulla, o modificarli, e ricordare qualcosa che è astratto. Mi piacerebbe principalmente rappresentare un sentimento di disagio, voglio che l’osservatore abbia un forte sentimento di inquietudine. E, quando con questo disagio l’osservatore si interroga sul ruolo dell’immagine, il fine è raggiunto.

Quanto autobiografico è il tuo progetto?
Il tema è autobiografico ma è importante notare che nessuna delle immagini appartiene a me. È una raccolta di immagini provenienti da vari paesi e da varie epoche che limitano un aspetto universale al progetto. L’assenza della figura del padre è una situazione davvero comune, e usando storie di famiglie differenti enfatizzo questo concetto. Potrei aver lavorato sul mio album di famiglia, ma non potevo considerarla un’opzione dato che non ho materiale, da qui il progetto sull’assenza.

La serie trasmette solitudine ma anche una forza silenziosa al resto della famiglia, ai figli. Pensi che rievocare quest’assenza attraverso la fotografia possa essere terapeutico?
Assolutamente. Molte persone durante le mostre o via e mail mi dicono che hanno perso i loro papà o non l’hanno mai avuto e il progetto li sconvolge profondamente perché rappresenta questo vuoto. Nello stesso modo in cui diamo voce al dolore, ho cercato di inserire nell’immagine qualcosa di immateriale.

Nella fotografia, la sottrazione è un’azione poco comune paragonata alla diffusa arte del collage. In Dads, il tema dell’assenza ti ha portato ad adottare la sottrazione come tecnica principale. Quali tecniche preferisci? Come lavori su una foto?
In modo abbastanza curioso in realtà mi sono appassionata molto al collage e mi diverte tantissimo accumulare immagini creandone una completamente nuova. È in effetti una pratica poco comune dato che pochi artisti considerano il mezzo della fotografia come qualcosa che può essere usato al contrario. La fotografia è l’ultima parte della testimonianza e trovo davvero interessante sfidare questa testimonianza usandola secondo la linea opposta.

Nella serie, inserire la fotografia all’interno di un contesto sembra che enfatizzi il concetto di memoria. Come hai scelto lo spazio? Qual è la sua relazione con la foto?
Assolutamente, un anno dopo aver iniziato il progetto, mi sentivo come se avessi bisogno di creare un altro livello e di giocare piuttosto sull’idea della memoria distorta. Ho stampato le immagini modificate, le ho incorniciate e posizionate in una scena in cui ho unito oggetti casuali a cose personali. In questo modo ho mescolato ancora una volta la verità, nel contenuto e nel contesto. Queste immagini, esistite nel mio passato, sono state portate alla luce in questa nuova realtà artificiale interrogando il posto che la memoria stava assumendo nel processo di acquisizione della mia identità. Le scene sono relazionate all’immagine ed enfatizzano il sentimento, o al contrario sono casuali e molto artificiali. L’osservatore si barcamena tra immagini che potrebbero rappresentare la casa di qualcuno e immagini completamente assurde e fittizie.

In queste foto, l’assenza è sia fisica sia immateriale. In un mondo fatto di relazioni virtuali, l’assenza fisica è sempre più comune ed evidente. Cosa pensi di queste nuove relazioni umane? C’è una connessione con il tema del progetto?
Sebbene non possa dire che ci sia una connessione diretta con questo progetto, sono assolutamente affascinata da questo argomento. Le nostre relazioni infatti diventano sempre più virtuali e abbiamo raggiunto un punto in cui le nuove tecnologie sembrano dividerci più che unirci. Ma con questa distanza tendiamo ad usare la fotografia per documentare la nostra vita, per riempire un vuoto. le famiglie sparse nel mondo per esempio mostrano il loro cari attraverso le immagini, su un telefono, in un portafogli. Cosa succederebbe se non avessi nessuno e dovessi mostrare uno schermo bianco o una scena vuota? Sarebbe estremamente imbarazzante e spiacevole e penso che illustrerebbe la nostra profonda paura di essere soli e il taboo che vi è attorno.

Tu sei fondatrice e membro di Livewild. Un collettivo artistico che unisce sette donne da tutto il mondo. Qual è il file Rouge del collettivo? E qual è il tuo personale contributo?
Sono la fondatrice e il direttore artistico del collettivo, gestisco l’identità visuale e la curation globale del gruppo. Sono anche la portavoce e gestisco la maggior parte della comunicazione. Potrei dire che il nostro file rouge è costituito dai nostri riferimenti e dal nostro comune obiettivo di espandere la nostra pratica individuale attraverso nuovi mezzi e lavorare come un unicum così come uno squisito cadavere. Molti dei nostri lavori possono lavorare in eco e comunichiamo tra i lavori sia nel mezzo utilizzato sia nell’argomento scelto. L’intero collettivo può essere visto come un vasto lavoro di collage, e stiamo lavorando sul progetto di un libro un cui evidenziamo questa risonanza tra i nostri lavori.

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