L’anima delle cose – Intervista a Formafantasma

In un momento delicato per i giovani progettisti come quello attuale, c’è qualcuno che sembra indicare una strada, basata sulla possibilità di poter comunque perseguire le proprie idee e portare avanti una visione chiara. Formafantasma è un duo di designer italiani di base in Olanda che si è affermato in breve tempo per l’approccio spontaneo e peculiare al design, fondando la propria identità su un’alchimia di ricerche sui materiali, la loro storia e i metodi produttivi, al fine di svelarvi significati latenti e sorprendenti. Con una ricerca tanto concettuale quanto materica e profondamente legata alla tradizione intesa come processo attivo, Simone Farresin e Andrea Trimarchi reinterpretano e minano le basi di elementi o materiali percepiti come noti e consolidati, provocando una reazione a catena di interrogativi e favolosi stupori. Lo spunto creativo è folgorante e immediato, e si rinforza concretizzandosi in elementi tangibili e fortemente carichi di significati e presenza. L’impressione che resta dalle loro opere è un senso di magica relatività, che invita a meravigliarci di ciò che davamo per scontato e a lasciare che sia la creatività il vero motore per reinventare il mondo in cui viviamo.

‘Probabilmente potremmo dire che c’è un elemento animistico nel modo in cui approcciamo i materiali.’

Formafantasma viene ormai associato a lavori apparentemente molto concreti, basati su una decisa materialità, mentre forse il senso vero del vostro lavoro, come anche del vostro nome, sta nel processo che l’ha generato, nell’idea. Vi riconoscere nella formula di Bakker ‘Form follows concept’?
In un certo senso ci riconosciamo ma è una semplificazione. Form follows concept presuppone una linearità nel processo creativo dove la forma è il risultato di un idea pre-concepita. La realtà è molto più complessa e l’esperienza con la materia o la ricerca formale hanno un impatto diretto nella definizione delle idee. Nessun atteggiamento esclusivamente pragmatico-analitico porterà mai ad un risultato inaspettato e realmente innovativo.

In questo senso, dal sito e dai vostri testi sembra lavoriate soprattutto a parole prima ancora che con il disegno, come se le parole fossero il campo delle idee e il disegno quello delle forme.
Noi siamo due designer che lavorano in coppia. La comunicazione verbale e le parole sono sicuramente uno strumento efficace nel nostro lavoro. Scrivere può aiutare a definire intenti e problematiche irrisolte. Dobbiamo però non dimenticare che lo sviluppo intellettivo umano deriva dalla sua interazione con il mondo materiale. In tal senso forse potremmo dire che parole e disegno siano due strumenti per la traduzione e l’esplorazione di idee che derivano dall’interazione con il mondo fisico.

Che ruolo hanno i collage che usate spesso come modalità di rappresentazione?
Il collage è un modo intuitivo di lavorare che permette di appropriarsi dell’esistente per creare qualcosa di nuovo. Inoltre diversamente dal disegno, ci permette di visualizzare rapidamente i materiali. Colore, texture, finiture sono immediatamente visibili. Nuovamente potremmo dire che il collage ha più a che fare con le idee che con la forma.

Il materiale in effetti sembra non essere mai qualcosa di statico, ma un elemento che evolve nel tempo mutando i propri usi e significati, stratificandosi: è più importante il processo dell’aspetto finale?
No, non diremmo così. Mettere nel mondo qualcosa che prima non esisteva ha un impatto che non può essere subordinato al processo che lo genera. Processo e risultato sono importanti in modo equo.

La vostra formazione si è sviluppata tra Italia e Olanda e in qualche modo sembra che il vostro lavoro ne porti traccia: si possono forse rintracciare l’approccio teorico e la ricerca sulla tradizione italiani mediati dalla capacità concettuale e applicativa della scuola olandese?
Si certamente. Come designer siamo stati sicuramente influenzati dalla nostra educazione tra Italia ed Olanda. La cosa che abbiamo imparato di più in Olanda è di pretendere rispetto per chi siamo, per la nostra creatività e a dire di no alle idee stupide, ad accettare meno compromessi.

Voi lavorate spesso con materiali eterni e naturali, grezzi, ma riuscendo sempre a introdurvi un elemento di singolare magia ed emotività. È un qualcosa che nasce spontaneamente dalle suggestioni e associazioni di immagini che create?
È molto difficile rispondere. L’elemento emotivo di cui parli e altri hanno notato è assolutamente intuitivo. Sicuramente il modo in cui lavoriamo con i materiali non è solamente legato alle loro proprietà tecniche ma anche a quelle espressive e narrative. Probabilmente potremmo dire che c’è un elemento animistico nel modo in cui approcciamo i materiali.

Esistono delle figure di designer contemporanei o passati che vi abbiano in qualche modo ispirato nella vostra visione? Vi riconoscete nelle ricerche di altre discipline?
Ci sono molti designer che amiamo molto ma per motivi molto diversi come Hella Jongerius e la sua capacità di approcciare l’industria in modo diverso e intelligente, Sarfatti e Castiglioni x la luce, Mari per l’impegno politico, i radicali…Per quanto riguarda le altre discipline ovviamente ci sono alcuni artisti come Pierre Huyghe che seguiamo molto.

Enzo Mari diceva di disegnare per sette miliardi di persone, voi piuttosto sembrate voler proporre idee e nuovi punti di vista, disponibili gratuitamente per tutti: paradossalmente più l’oggetto è unico più la sua idea è universale?
La tua è una osservazione interessante. In questo momento disegnare per 7 miliardi di persone sembra una condanna più che un’aspirazione. L’idea modernista di design democratico ha moscato tutti i suoi limiti perché appropriata in modo distorto da consumismo e liberismo insulso. Detto questo non condanniamo la produzione industriale (stiamo per ultimare due prototipi x l’industria) ma ne vediamo i limiti. Il nostro lavoro indipendente sfrutta la nostra posizione periferica all’industria per ridiscutere il modo in cui produciamo.