Sections of Autonomy. Six Korean Architects – Intervista a Luca Galofaro

Sections of Autonomy. Six Korean Architects è la mostra appena conclusasi alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma nata dalla collaborazione tra Choi Won-joon e lo studio d’architettura LGSMA (Luca Galofaro Stefania Manna e Associati).
In mostra sei architetti coreani, sei sezioni di un’autonomia che ha visto la sua nascita negli anni Novanta quando, dopo l’indipendenza politica e il boom economico, la Corea ha iniziato a sviluppare una propria identità culturale, sociale, architettonica libera da qualsiasi pressione ideologica.

Choi Moon-gyu (Ga.A Architects), Jang Yoon-gyoo (Unsangdong Architects), Kim Jong-kyu (M.A.R.U.), Kim Jun-sung (Architecture Studio hANd), Kim Seung-hoy (KYWC Architects) and Kim Young-joon (YO2 Architects) sono i principali architetti testimoni di questa prima generazione. Tutti iniziano la loro carriera tra gli anni Novanta e Duemila riuscendo a raggiungere oggi posizioni di maggior spicco nelle università e nel governo di molti centri coreani. Le nuove prospettive progettuali sono nutrite dallo slancio culturale che accomuna questa generazione nel condurre parte della sua formazione all’estero portandola a trarre ispirazione da Alvaro Siza, Peter Eiseman, Rem Koohlas, Toyo Ito, Steven Holl e Jean Nouvelle. La carica generazionale si manifesta nella creazione di un nuovo linguaggio spinto dall’autonomia disciplinare indipendente dalle ideologie della cultura di massa alla quale l’architettura spesso è soggetta. Essi rifiutano le tendenze commerciali e insistono sull’elaborazione di una pratica dell’architettura basata sulla conoscenza e sulla responsabilità sociale per la creazione di nuove metodologie di pratica, implicazioni culturali e avanzamenti tecnologici della produzione architettonica.

Per la mostra i due curatori hanno collaborato nella creazione di un racconto in cui all’introduzione nella prima sala del professor Choi Won-joon segue un percorso tra i progetti dei sei architetti scelti ideato e allestito da Luca Galofaro. La narrazione, impreziosita da fotografie, modelli, libri e disegni, vede la creazione di sei isole indipendenti ma unite al centro da un unico fulcro: l’installazione in vetro in cui tradizione, spunti progettuali, paesaggio si compenetrano in una permeabile e nuova visione dell’architettura coreana.
Sections of Autonomy. Six Korean Architects da Roma è già in viaggio verso Milano, prossima sede di questa mostra itinerante con l’intenzionalità di sviluppare e diffondere una cultura dell’architettura così come ha spesso precisato l’architetto Luca Galofaro che Artwort ha intervistato in occasione della prima tappa a Roma.

Italia e Corea. Com’è nata questa collaborazione con Choi Won-joon?
Data la mia esperienza passata conoscevo Kim Jong-kyu che mi ha proposto di organizzare una mostra sull’architettura coreana anche con un curatore coreano, il professor Choi Won-joon che ha selezionato gli architetti. Io avevo pensato a tre, quattro architetti che poi sono stati scelti anche dal professore il quale ha voluto dare un taglio generazionale alla mostra scegliendo quella generazione di architetti che ha avuto una parte della formazione in Corea e una parte all’estero.

Qual è stato il tuo confronto con l’architettura orientale? Cosa trovi di affascinante nella Corea e nella sua architettura e cosa hai ereditato dalle tue esperienze?
L’attenzione nell’inglobare l’idea di pubblico dentro il progetto di architettura. Sono stato spesso in Corea per vari motivi e lì ho realizzato un piccolo chiosco che ridisegna il limite tra pubblico e privato. Rimasi sorpreso inoltre dal fatto che, dopo aver mandato i disegni, loro sparirono ma realizzarono l’edificio esattamente come l’avevamo disegnato. In quel momento capii che c’è una qualità diffusa anche del costruttore, c’è un’intesa reciproca, un rispetto nei confronti dell’architettura.

Come si è svolta la scelta dell’allestimento e qual è stato l’apporto dello studio?
Mi piaceva l’idea di una mostra ricca con tanti disegni in cui poter toccare, vedere le cose. La scelta della galleria è fondamentale perché rispetta l’idea di eliminare il filtro del museo.
Come studio LGSMA ci siamo occupati di tutto l’allestimento: dalla grafica all’installazione, alla scelta del materiale. Sul catalogo Alessandro Toti ha scritto un pezzo interessante di studio sulla Corea, Stefania Manna ha raccontato la parte costruttiva più tecnica mentre io ho preferito lavorare con una sorta di saggio per immagini che poi ho realizzato per l’installazione. L’intento non è stato di fare un lavoro curatoriale ma di creare un racconto. Così come farò alla prima biennale di architettura ad Orleans in Francia in cui realizzeremo due cataloghi, uno iniziale ed uno finale prodotto dalle considerazioni di scrittori e architetti, un catalogo e un libro di racconti che parla di architettura.

Ciò che colpisce nella mostra è la sua ricchezza e la capacità di parlare a tutti. Si parte dalle rappresentazioni classiche dei progetti tramite disegni e modelli per arrivare all’installazione che assume un connotato più artistico. Come interagiscono questi diversi aspetti?
La mostra segue diversi livelli di lettura. Il lavoro artistico è rilevabile nella mia intenzione di aprire un dialogo con i progetti degli architetti in mostra e l’installazione. La critica che fanno è che ci sono troppe cose però per me un edificio va raccontato con disegni, modelli, foto. Mi piaceva l’idea di trovare i modelli nella prima stanza, i libri solo nella seconda. Per l’installazione ho chiesto agli architetti le immagini, alcune le ho scelte io e le ho combinate insieme in questa stratificazione di trasparenze dove c’è tanto della loro architettura. È un racconto sull’architettura coreana che si sposterà a Milano, a Firenze, sempre in piccoli spazi perché è qui che formi la cultura. Ci interessa che l’architettura non sia soltanto nei grandi musei.

Così come fate a Campo?
Sì. Campo è un progetto sperimentale in cui non lavoriamo con materiali originali. Abbiamo deciso di invadere Roma con una serie di progetti da un paio d’anni. Ora realizzeremo una mostra sull’architettura costruita per cercare una chiave in cui aprire un dialogo con le istituzioni. Ad esempio l’ultima mostra si sposterà al Frac di Orleans per aprire un dialogo con la Francia. Ci piacerebbe dirigere il padiglione italiano alla biennale di Venezia, fare un progetto su come l’architettura va raccontata. E qui ci stiamo esercitando.

Lavorare per gli allestimenti di mostre d’architettura è un passo determinante per la ricerca progettuale?
Il nostro lavoro è anche questo. È un discorso sul progetto di architettura ma soprattutto sul significato di architettura che dovrebbe essere alla portata di tutti. Se non crei la cultura architettonica la gente vedrà sempre l’architettura in maniera distante invece vorrei che la gente capisca che l’architettura è lo spazio di tutti i giorni.

Ritornando alla mostra, questa generazione ha molto dell’architettura occidentale ma si differenzia per la concezione dello spazio tra interno ed esterno, pubblico e privato. La volontà di mantenere il verde come giardino deriva dalla cultura giapponese?
Nella ZWKM Block e nel Heryoojae Women’s Hospital di Kim Young-joon c’è una densità di verde in cui il giardino diventa spazio urbano e spazio per la città. Tutto il progetto dell’ospedale è permeabile in uno spazio pubblico in cui puoi camminare all’interno della corte e raggiungere i vari livelli. Mentre in Giappone c’è una grande osmosi tra architettura e peasaggio allo stesso tempo c’è quasi una chiusura che crea dei piccoli mondi conclusi. Qui sono sempre mondi ma sono mondi aperti allo spazio urbano.

Prima era differente?
Questa generazione ha avuto il coraggio di inserire questa apertura negli edifici. Gli architetti over 60, loro maestri, lavorano su questo ma sono sempre scatole scomposte in materiali diversi in cui tale idea non è così conclamata, non diventa spazio urbano dentro il progetto; c’è un’idea di stratificazione soprattutto di materiali perché hanno una grande cultura dei materiali, usano legno cemento e vetro sempre composti insieme. Ciò che c’è di interessante in questa generazione è che hanno portato questa complessità all’interno di edifici pubblici, nella clinica piuttosto che nell’ Housing o nella biblioteca. Prima era qualcosa di più legato alla condizione privata quindi al Giappone dovuta alla storia del loro dominio. Infatti si parla di autonomia dalla tradizione, c’è un rapporto subalterno con il Giappone che nelle generazioni moderne non c’è, bensì c’è un’ammirazione, una complessità e una scala diversa da quelle dell’architettura giapponese. Se si pensa al Giappone vediamo sempre tanti progetti su case, invece qui c’è questa voglia di lavorare per il pubblico, per la città. Negli anni ’50 dopo la guerra la Corea non esisteva, il paesaggio non esisteva. Gli architetti hanno ricostruito il paesaggio anche ripiantando alberi, hanno lavorato sulla ricostruzione di un paese pur avendo studiato in America e grazie a ciò adesso hanno un autonomia rispetto ai paesi che li hanno controllati culturalmente. È un voler trasmettere il concetto che la tradizione supera l’autonomia culturale, è un staccarsi dalle proprie radici per ritrovarle, fenomeno che si è verificato anche alla mia generazione.

È un raccontare anche la tua esperienza?
Qualsiasi cosa deve essere autobiografica, il curatore non produce un archivio. C’è una differenza tra archivio e atlante. Un atlante è più autobiografico, e la mostra deve essere una scelta personale per permettere la creazione di un racconto.

Cosa hanno da imparare gli architetti italiani da questa generazione e qual è il confronto che può fare tra italiani e coreani?
Gli italiani non hanno nulla da imparare. Mai come adesso in Italia ci sono tanti bravi architetti giovani di varie generazioni. Il problema è che lì un progetto inizia e finisce, da noi un progetto inizia ma non si sa quando e come finirà. La differenza non è tra le generazioni degli architetti perché ce ne sono alcuni che lavorano con gli stessi temi degli orientali, anzi c’è una grande empatia tra italiani e coreani ma noi non abbiamo la possibilità di costruire, almeno non tutti. Io ho avuto la possibilità di realizzare qualche edificio in Italia ma se ne dovrebbero costruire tanti per dare la qualità diffusa.