ANAMA – La liquidità della forma | Intervista a Petros Koublis
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Nel cuore del mare Egeo, nell’isola greca di Tinos il canto di Omero parla ancora ai suoi abitanti forse ignari o forse consapevoli di vivere in un’isola che è mito di se stessa in cui il tempo trascorre inosservato da una natura che è sorgente di vita. ANAMA, in greco acqua di sorgente, saggezza, vino della comunione è la serie dedicata a Tinos scattata dal fotografo Petros Koublis in collaborazione con Talc Design Studio. L’intento è di svelare il volto primordiale e introspettivo di quest’isola che ogni anno è attraversata da folle di pellegrini in visita al santuario della Vergine Maria. Nelle fotografie di Petros Koublis, però, le divinità richiamate sono d’origine classica: Elio, dio dei venti che regna nel suo palazzo tra le nuvole, Calais e Zetes, gli alati figli gemelli di Borea e Orizia, i due fratelli che sono morti a Tinos per mano di Ercole.

La presenza divina è in simbiosi con la natura che qui regna sovrana. In un mistico silenzio di quiete e contemplazione il paesaggio è fluida materia viva. L’acqua si fa terra, la terra si fa onda, la sabbia animale, cammina, si muove e si trasforma. Così come per Giuseppe Penone l’albero è materia fluida e plasmabile, Petros Koublis parla di liquidità delle forme tutte intese come unico infinito gesto permesso dal perpetuo divenire della natura. In questo silenzio umano sono forti le voci del vento, del mare, della terra, divine ed austere presenze raccontate dagli animali che si fanno messaggeri di un dialogo tra umano e divino e diventano unico contatto tra uomo e natura.

Lo sguardo verso l’orizzonte tende all’infinito, la forza della materia sconcerta l’anima e in un solo respiro la distende fino a raggiungere consapevolezza della coscienza possibile grazie ad un puro, profondo e catartico dialogo immersivo con il paesaggio.
Attraverso lo sguardo sensibile e sentito di Petros Koublis l’isola dischiude il suo immenso essere e si racconta con gli occhi dell’Omero moderno, poeta della fotografia, che Artwort vi svela in questa intervista.

Il tuo rapporto con la fotografia è iniziato nel 2000, dopo aver dedicato alcuni anni della tua adolescenza alla pittura. Qual è l’origine dell’interesse per la fotografia? C’è una connessione con la pittura?
Tutto è collegato, tutto crea le condizioni per qualcos’altro da seguire. In questo senso, la pittura mi ha aperto una strada che alla fine mi ha portato alla fotografia. Mi piace realizzare fotografie, raccoglierle e, soprattutto, stare semplicemente all’aperto abbracciando uno degli aspetti più belli della fotografia: vagare senza uno scopo apparente. Fare fotografie non è il vero scopo, fine a se stesso, ma è solo un sottoprodotto di questo processo che è una sorta di meditazione.

Parlami del progetto Anama, quali erano le intenzioni di Talc Design Studio? Quali le tue?
Il progetto è stato avviato da Talco Design Studio con sede ad Atene ed è stato commissionato da un gruppo locale di imprenditori. L’idea era quella di proiettare la parte invisibile di un’isola più nota come centro religioso, con migliaia di pellegrini che visitano ogni anno il santuario che ospita l’icona miracolosa della Vergine Maria. Per rivelare, in altre parole, la sua essenza segreta.

Prima di iniziare il lavoro, hai seguito un itinerario o ti sei lasciato guidare dalla natura? Come hai affrontato il progetto?
Inizialmente avevo un piano generale, ma ho permesso a me stesso di muovermi liberamente, guidato dall’intuizione. C’è sempre qualcosa di organico nel mio processo.

Per me il mare è qualcuno con cui parlare e le tue immagini sono in grado di creare un dialogo introspettivo con la natura. Qual è il tuo rapporto con la natura, con il mare?
Ho trascorso la mia infanzia nella natura, studiando indisturbato rane e lumache, insetti e ragni. Le ali di una cicala, o il rosso e nero scudo di una cimice, sono ancora alcune delle forme più familiari e intime che mi vengono in mente. Questo avviene anche con il mare che è sempre stata una parte di me. Penso che ogni esperienza, che l’arte mi ha offerto fino ad oggi, si porti dentro qualcosa di quella stessa innocenza, l’emozione, la curiosità, la trascendenza, il primo risveglio della coscienza. Il mio lavoro si concentra sulla natura perché è lì che voglio essere.

Tu hai detto: “Catturo la sottile impronta che il mondo lascia sui nostri sensi, trasformati non attraverso la mente, ma attraverso i nostri sentimenti”. Quali sono state le tue sensazioni stando lì?
Tutto è fondamentalmente libero dall’auto-esistenza indipendente e inerente. C’è solo la forma percepita dai nostri sensi. I sentimenti sono generati liberamente e al loro interno comprendono sia la forma che la sua esperienza. Il processo fotografico può interferire tra i sentimenti e la percezione, testimoniando cose senza identificarle, in modo che possano rimanere inconcettualizzate, forma pura, solo apparenza. I sentimenti puri sono una reazione non concettualizzata nei confronti della forma.

La liquidità delle forme intende evocare il cambiamento eterno della natura in un dialogo continuo tra gli elementi naturali, tra il mare e le rocce, il vento e le montagne. Ci puoi spiegare questo concetto dinamico di liquidità?
Tutto è un flusso costante, coerente, continuo, perfetto. Un flusso che non rimane mai lo stesso, eppure così completo che non cambia mai. È uno spazio che si espande sotto la nostra percezione, in tutto il mondo, impercettibile e vasto, continuo e indefinito. Infiniti sono il movimento e la quiete che si verificano insieme, contemporaneamente, in modo perfettamente inseparabile. Il mondo dipende dalla nostra coscienza e i nostri sensi dipendono dal mondo. Entrambi sorgono e crollano insieme. Non c’è distanza, dualità, non sono due cose separate. Tutto sta accadendo dentro di noi, lo spazio, il tempo, la forma, ogni aspetto si dispiega all’interno della nostra coscienza.

Gli elementi naturali e animali rappresentano una dimensione unica di metamorfosi: gli animali si mimetizzano e la natura diventa animale. Raccontami la scelta di inserire gli animali nel progetto.
Mi avvicino come se fossero l’unico filo che ci lega ancora al mondo naturale. Attraverso queste creature vaganti, siamo condotti alla cieca attraverso un paesaggio che sembra impenetrabile, come gli eroi di una storia originaria raccontata in senso inverso.

Il vento sembra essere lo scultore principale dell’isola e questo concetto è collegato con la presenza eterna di miti e leggende come Eolo, il dio dei venti, che si dice abbia il suo palazzo all’interno delle nubi che abbracciano il vertice della montagna più alta. La natura è la leggenda e l’isola è un mito di se stesso. Come hai rappresentato la componente mitologica nelle immagini?
Non è una rappresentazione in termini di una visualizzazione concettuale. Accade di più a livello di forme pure. Eolo, come tutto il resto, è una forma, una manifestazione della coscienza proiettata sulla mente. Noi tendiamo a vedere le cose più o meno condizionate all’interno dei loro concetti. La mitologia conserva la meditazione sulla forma non concettualizzata. In realtà potremmo considerare la mitologia come lo sforzo linguistico per descrivere l’inconcepibile. Questo è il motivo per cui è la madre della poesia.

L’assenza della figura umana sottolinea la presenza divina nell’isola. Si respira una sensazione di libertà di una vita interrotta al momento dei miti. L’isola è modellata dai suoi miti e non dall’uomo. Qual è il ruolo dell’uomo in questa isola e nel vostro progetto?
L’isola ha molti piccoli villaggi, che la rendono una delle più belle isole del Mar Egeo. Vi è certamente la presenza umana, ma non la includo come punto di riferimento perché con il mio lavoro voglio concentrarmi più sull’aspetto atemporale. Eppure, tutto è coscienza; in questo senso siamo sempre presenti – è la persona che è assente, non la presenza.

Anche se l’isola sembra essere cristallizzata al tempo dei miti, vi è un cambiamento dinamico continuo. Come ti immagini l’isola tra un centinaio di anni?
Spero solo che possa preservare il suo carattere unico. Una grande parte dell’isola riflette qualcosa senza tempo, facendo sembrare anche il periodo di un secolo un piccolo frammento, un singolo secondo.

Quali saranno i futuri sviluppi della tua ricerca sulla fotografia di paesaggio?
Tutto si svolge organicamente, in modo naturale. Non intendo forzare la direzione ma vado avanti. È un’esperienza che non smette mai di rivelare nuovi elementi. È come diventare il paesaggio stesso: solo mera consapevolezza.

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