Il rigore della classicità nel Munson-Williams-Proctor di Philip Johnson

Il Munson-Williams-Proctor Arts Institute è un progetto che mostra una diversa faccia dell’International Style, nel quale Philip Johnson adopera il rigore del linguaggio classico piuttosto che inseguire i canoni del Modernismo. Un’opera come questa trae il suo significato dall’esperienza modernista combinata con la sensibilità per la simmetria e la compostezza dell’antichità, ritenuta da Johnson la più adatta ad esprimere l’identità di un museo.

Il progetto si articola su un sito con la preesistenza di un edificio di età vittoriana, restaurato nello stesso periodo ed adibito ad uso museale, collegata in seguito all’opera dell’architetto. Il dislivello del terreno caratterizza fortemente la relazione del Munson con il sito.  L’accesso principale si raggiunge attraverso una rampa sospesa sul fossato, contrapposta all’entrata posteriore che raccorda la quota del parcheggio.

All’esterno appare come un blocco monolitico rivestito da lastre modulari di granito canadese che galleggia su una vetrata continua, la cui altezza complessiva non è percepibile dal fronte principale.

Il telaio strutturale è costituito da otto pilastri in cemento armato uniti alle travi principali, incrociate per formare l’orditura del solaio. Si definisce così il principale aspetto formale dell’edificio, suggerendone all’esterno la chiarezza spaziale.

La composizione interna propone modelli a lungo osservati da Johnson. L’Altes Museum di Schinkel, tra gli altri, nel quale lo spazio centrale accoglie la luce proveniente dall’alto ed è circondato dalle gallerie. L’architetto ripropone lo stesso impianto. Un vuoto centrale a doppia altezza che ospita una scala a forbice sospesa, circondato da un loggiato con piccoli spazi espositivi di dimensioni variabili.

La luce naturale è modulata dalle travi secondarie che costituiscono una griglia. Inoltre le linee di forza, i pilastri, sono di colore nero e si stagliano sul bianco selle pareti dello spazio centrale.

La cura degli interni è quella tipica di Johnson. Si combinano matericità e cromia degli elementi architettonici, creando un luogo dalla forte identità, che rende protagonista l’opera d’arte senza sovrastarla, valorizzandola con l’uso sapiente dell’illuminazione artificiale.

Un altro aspetto lungamente studiato è la distribuzione, che trova forma nel principio della simmetria, accompagnando l’idea della fruizione maturata per questa tipologia. Il ponte esterno conduce al piano espositivo intermedio, dal quale, attraverso la scala della hall, è possibile accedere al loggiato superiore.

Il livello interrato è accessibile dall’esterno alla quota del parcheggio ed è servito dal vano scala quadrato che lo collega al piano superiore. Il piano ospita un auditorium da 271 posti, definendo un volume che si sostituisce al vuoto dei livelli superiori e che allo stesso modo è circondato da ambienti per uffici delimitati da vetrate continue. Se nella zona espositiva la luce naturale proviene dall’alto, nella parte inferiore filtra dalle chiusure verticali. Sono ricorrenti le dissonanze che permettono di distinguere aspetti differenti, soprattutto legati all’uso dell’edificio, ma che, allo stesso tempo, ne contribuiscono all’unità formale.