Il design del sale – Intervista a Erez Nevi Pana
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Cosa si può fare con 20 milioni di tonnellate di sale?
Questa la domanda che il giovane designer israeliano Erez Nevi Pana si è posto all’inizio del suo Master in design ad Eindhoven, in Olanda. Per sviluppare il tema di tesi ha deciso di tornare nella sua terra d’origine, in Israele, interrogandosi sui reali bisogni legati a questi luoghi.

Consapevole delle criticità dei paesaggi del vicino Oriente, Erez si è diretto nel punto più basso del pianeta, ad Embokek, la zona più meridionale del Mar Morto per elevare il sale, elemento dominante di questa terra, a design. Dopo una fase di realizzazione dei suoi pezzi in legno in un laboratorio a Tel Aviv, il designer israeliano immerge le sue realizzazioni nelle acque salatissime del Mar Morto per poi riprenderle dopo un lungo o breve periodo di vita subacquea e renderle oggetti di design.

Otto pezzi per ogni oggetto, un design da collezione, in cui la natura è profondamente coinvolta nel processo di produzione. È proprio questa l’anima del suo pensiero: l’unione del mare, del sole, dell’elemento naturale con un design che si trasforma quasi in arte concettuale. I materiali non convenzionali e la sperimentazione di processi naturali e sostenibili rendono estremamente originali e sopra le righe le opere del designer israeliano che si è spinto anche a pensare al sale come vero e proprio materiale da costruzione.

Perché non creare mattoni, tavole o sedie col sale? E farci un meraviglioso Hotel tutto col sale?
Non è un’idea astratta. È funzionale.

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Descrivi il tuo design in tre parole
Questa è una bella sfida, direi concettuale, sperimentale e spontaneo.

I tuoi lavori sono tra il concettuale e il design. Cos’è più importante? L’idea o la funzione?
Considero certamente i miei lavori design. Ci sono molto approcci al design, è così diverso e vario. Forse non è così convenzionale vedere una sedia di sale, ma abbiamo, nella nostra professione, la responsabilità in quanto pensatori di provocare e sfidare i concetti. Tornando alla domanda, direi che la narrazione può evocare molte funzioni quindi se il tuo lavoro è smart, è anche funzionale: le due cose confluiscono.

Qual è stata la tua prima ricerca? Quali saranno i prossimi materiali che sperimentarai?
Ho iniziato a sperimentare durante gli studi a Bachelor, ma il primo risultato professionale è stato il progetto Solid, completato durante gli studi del Master alla Design Academy di Eindhoven. Ci è stato chiesto da Vincent De Rijk di lavorare su un recipiente per cui iniziai a mescolare il Sale con un materiale differente e per caso ho scoperto questa magnifica reazione quando ho mescolato il sale con il fungo: il sale inizia a gonfiarsi raddoppiando, triplicandosi di volume. Ho cotto questa mistura e scoperto un materiale molto forte che ho traslato in una collezione di sedie. Attualmente sto pensando ad una ricerca di dottorato sul design vegano che mi porta a sperimentare molti materiali. Sto cercando di sfidare l’industria e i materiali che noi designer usiamo comunemente attraverso il processo di design, che principalmente include tracce di animali. Materiali quali colla, malto, pigmenti, compensato o strumenti che usiamo come stampi di plastica, carta da levigatura e così via. Per esempio, sto lavorando su rivestimenti di legno e di pigmenti privi di tracce di animali e sto scrivendo la mia tesi su una personale produzione di penna e carta vegane.

La sostenibilità come influenza le tue idee?
Quando vivi seguendo uno stile vegano, la sostenibilità è parte inseparabile della tua esistenza. non sei soltanto consapevole del cibo che mangi, dei vestiti e dei prodotti che compri, ma anche dei rifiuti che lasci. Guardando più da vicino il mio lavoro, mi sono accorto che usavo molti prodotti realizzati tramite la fabbricazione di qualcos’altro, come nel progetto del Sale, o nei tessuti realizzati nel mio progetto Neomadic in cui ho usato i residui della produzione di tende Ikea. Ora consumo solo prodotti locali e sono sempre pienamente consapevole del commercio equo e del lavoro minorile.

Design, Arte e Natura sono i tre principi della tua ricerca. Qual è la connessione tra la natura e la scelta dei materiali?
Sono cresciuto nel vivaio dei miei genitori quindi i materiali naturali mi hanno sempre circondato. Penso di progettare per lo più in relazione alle mie esperienze come un bambino che è circondato dalla “natura”.

Hai proposto un modo per recristallizzare il deserto del Mare Morto. Parlami della nascita di questa ricerca.
Il progetto è iniziato nel secondo anno del mio Master presso la Design Academy di Eindhoven. Ho dovuto scrivere una tesi con una proposta di progettazione finale. Mentre visitavo il Mar Morto durante l’estate, ho visto una montagna di sale trascurata nel deserto. Sono diventato consapevole del fatto che l’oro bianco aveva perso il suo valore. La mia preoccupazione principale e l’esitazione erano: cosa posso fare con una montagna di sale?
Questa montagna salata, era effettivamente spreco dalla linea di produzione maniacale di potassio e bromo nelle fabbriche del Mar Morto. Oltre a questa montagna di sale, ogni anno, 20 milioni di tonnellate di sale riaffiorano alla base del quinto stagno del Mar Morto, che è una grande quantità di materiale libero che aspetta di diventare qualcosa. Dopo alcuni esperimenti ho trovato una semplice tecnica che non era stata mai usata prima: sciogliere il sale. Arrivando al punto di fusione, si possono creare cristalli giganti in pochi minuti. La mia proposta doveva affrontare milioni di tonnellate ogni anno, quindi ho progettato una collezione di piastrelle e blocchi che potrebbero essere utilizzati nell’architettura locale.

Il progetto si sta sviluppando in qualcosa di più grande grazie all’introduzione dell’idea dell’ “architettura di sale”. Come te la immagini?
Sono appena tornato da un workshop a Camargues nel sud della Francia, dove la loro industria di sale sta incontrando difficoltà nel sopravvivere a causa di una diminuizione della domanda di sale. Il workshop, organizzato da atelier Luma di Arles, si focalizza su nuove applicazioni del sale. Quando sono arrivato nel posto di lavoro, ho visto esattamente di fronte a me un edificio di Frank Gehry in costruzione. La mia proposta per Luma è stata di cristallizzare la facciata di metallo dell’architettura di Gehry. E ho pensato che se un grande architetto come Gehry potesse usare il sale nel suo lavoro, quest’idea potrebbe davvero scatenare molte menti creative nell’esplorazione e nella discussione sulle opportunità legate all’Architettura di Sale.
Poiché gli impianti di dissalazione diventano fornitori di acqua dolce in molti paesi, noi otteniamo più sale come prodotto. Più sale si spreca, in più luoghi del mondo, più quest’idea diventa fattibile al di fuori del contesto del Mar Morto. In un futuro prossimo riesco ad immaginare città di sale in cui si è circondati da strutture bianche e lucide.

Nella tua visione, come ti influenza il confronto con gli utenti, con la gente?
Di solito lavoro all’interno di concetti che affascinano me, ma molto probabilmente anche altre persone ci si possono relazionare e corrispondere. L’utilizzo dell’oggetto non è centrale nella mia creazione, voglio che la gente si connetta più all’idea che c’è dietro un progetto. Sono uno studioso che usa il design come piattaforma per indagare esperienze, realtà o sensazioni attraverso testi e sperimentazioni materiali che spero spingano la gente a pensare e a meditare.

Stai lavorando per questo progetto a Tel Aviv, pensi che il tuo paese d’origine possa essere il posto in cui lavorerai nella tua vita?
Lavoro attualmente a Tel Aviv e amo questa città, ma il mio stile di vita è totalmente nomade – sto lavorando a progetti internazionali in Norvegia e in India, ho in corso il dottorato in Austria e mostre ovunque. Non sono legato a nessun paese.

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