Las Escuelas de Arte de La Habana: ciò che resta di un sogno

Da quassù ciò che si vede della Scuola di Balletto di Vittorio Garatti non è altro che la rovina di una civiltà che non ha più niente a che vedere con noi. Distante nel tempo, nello spazio e soprattutto nel pensiero: un sogno, la speranza ormai lontana di coloro che credevano nella Rivoluzione.
Noi siamo qui, immobili ed impauriti come un gruppo di esploratori davanti alle rovine di una civiltà ormai scomparsa, sulla cresta di una delle tante colline dell’ex Country Club di Cubanacan. Guardiamo la scuola, assopita da decenni tra le palme della foresta tropicale, narcotizzata in un’oasi di silenzio surreale per il caos di una città come l’Havana.
A guidarci un gruppo di studenti di architettura autoctoni che, con mosse sicure ed atletiche, indicano il cammino tra i resti a noi che di fronte a una tale visione rimaniamo senza parole.
Orgogliosi, ci precedono ed il loro entusiasmo ci aiuta a trovare il coraggio di seguirli. Entriamo. Man mano che ci addentriamo tra i corridoi bui e silenziosi, tra i fiumi di fango e la spontanea vegetazione primordiale, stupore e malinconia si alternano dentro di noi. Siamo davvero esploratori incappati in un’architettura fantastica ed aliena.

L’edificio spoglio ci appare subito per quel che è: una scuola socialista, un tributo alla Rivoluzione.
I ragazzi habaneri ci raccontano che la foresta aveva quasi totalmente inghiottito queste magnifiche scuole perché per anni nessuno ne ha più parlato e che, anzi, nelle università era quasi proibito farlo.
Loro, invece, ne vanno molto fieri e camminano baldanzosi tra le aule vuote invase dal fango. Sono innamorati di queste forme sinuose e fanno a gara per riempirci di informazioni ed aneddoti.
Uno dietro l’altro ripetono brevi frasi tratte dai libri o dagli articoli di giornale che hanno faticosamente racimolato negli anni. Si sente che sono molto affezionati a queste parole, si percepisce il loro stupore nel leggerle e la loro fatica nel trovarle. Sanno che sono un tesoro di valore inestimabile, ne sono gelosi e le conservano ben incise nella loro memoria, come se domani, all’improvviso, potesse sparire di nuovo l’interesse di tutti e del Governo, insieme ai loro testi e alle testimonianze che ora leggono e rileggono increduli. Increduli che un giorno, ormai mezzo secolo fa, a Cuba tre intellettuali guidati dallo spirito di una rivoluzione che ha tenuto sotto scacco il Mondo, possano aver pensato delle forme così preziose ed uniche solo per i cubani e la loro forza di spirito.

Continuiamo la nostra esplorazione. Troviamo riparo dal caldo sole tropicale tra gli ampi e lunghi corridoi della Scuola di Balletto. Camminiamo nel sacrale silenzio rotto solo dai nostri passi e dagli echi delle nostre voci, mentre i ragazzi cubani continuano a farci da ciceroni. Li seguiamo. Seguiamo i loro passi ed i loro gesti mentre ci raccontano dell’importanza di questi spazi, manifestazione plastica di un’ideologia dove i leitmotive del progetto sono apertura, dialogo, uguaglianza, assenza di gerarchie. Muratura, copertura e pavimento sono un tutt’uno indistinguibile. Non ci sono facciate, colonne, porte con ingressi ed uscite. Lo spazio non ha limiti: è un continuum che rappresenta l’apertura del Socialismo, un luogo che è la massima espressione spaziale della libertà. Così, senza quasi accorgercene, trasportati dalle loro parole straniere, ci troviamo ora a camminare tra i roventi mattoni della copertura a volta catalana e davanti a noi si apre in tutta la sua voluttà il panorama caraibico: l’odore dell’aria calda e umida, i fruscii della foresta, lo scorrere del fiume ci travolgono in tutta la loro intensità, lasciandoci boccheggianti ad immaginare ciò che questo luogo sarebbe potuto essere.

“Alla forma bisogna arrivare il più tardi possibile, ed è la risultante dell’analisi del contesto. Le Scuole d’Arte sono impregnate dello spirito e delle emozioni della Rivoluzione. Dove si condensa la Rivoluzione? Nelle emozioni che uno ha verso un fatto, nel fatto che la mente è eccitata da quello che succede. Il contesto era Cuba, la sua cultura, i suoi artisti, i suoi scrittori e poi c’era il tema, nel mio caso, quello di progettare una scuola per il balletto e per la musica”. Per Garatti il contesto gioca un ruolo essenziale nella concezione delle forme, non solo come luogo ma soprattutto in quanto politica e società. Così sia la forza della Rivoluzione sia i movimenti dei ballerini informano il progetto per la Scuola di Balletto. Posizionata in un avvallamento tra le verdi e dolci colline sembra anch’essa ballare: le pareti della scuola si muovono liberamente come i ballerini che un giorno avrebbe dovuto ospitare. La scuola ha un disegno sinuoso: i giganteschi padiglioni dalla copertura a cupola (forma nata dallo studio della vegetazione locale e scelta per accompagnare le acrobazie dei ballerini) sono connessi grazie a spaziosi corridoi che, in ragione delle loro dimensioni e della mancanza di nette distinzioni funzionali, possono essere considerati a tutti gli effetti come vere e proprie aule o luoghi di incontro. Il sistema aule-corridoi viene poi interrotto da corti che, in linea con la tradizione edilizia cubana, permettono l’ingresso della luce ed una corretta aerazione degli ambienti.

Vittorio Garatti e Roberto Gottardi sono i due architetti italiani che insieme al cubano Ricardo Porro daranno forma al progetto culturale della rivoluzione di Fidel.
“Noi non ci siamo posti la domanda sull’utopia, se quello che stavamo facendo fosse una cosa politica o no, utopica o non utopica, abbiamo realizzato un progetto che si inseriva in un contesto preciso, quello del trionfo della Rivoluzione e della liberazione dal regime. La Rivoluzione ha restituito dignità al popolo, ha pareggiato tutto, non c’era più la distinzione tra i ricchi e i poveri. Al trionfo della Rivoluzione i primi investimenti furono nel campo culturale, la campagna dell’alfabetizzazione, la conversione delle caserme in scuole, la creazione della scuola di medicina e di cinema e le Scuole d’Arte per il Terzo Mondo”.

Infatti il progetto, fortemente voluto da Che Guevara e da Fidel Castro e redatto dai tre insieme ad un folto gruppo di intellettuali e studenti di architettura, era mirato alla realizzazione di un centro artistico che fosse espressione delle culture dei paesi allora sottosviluppati ed era perciò motivato dall’aspirazione a rendere tangibile il momento di riscatto che l’isola stava vivendo. In quel Country Club fortemente americano, dove l’alta borghesia habanera si riuniva per giocare a golf, sarebbe così sorto il più importante centro d’arte del Sud America con una scuola di balletto, una di musica, una di arti plastiche, una di danza moderna ed una di arti drammatiche. Scelta niente affatto casuale: per il Governo era un’occasione per dimostrare la forza della Rivoluzione che liberava la terra cubana dai gioghi del capitalismo, per gli architetti diventò presto il pretesto per creare un campus le cui forme potessero adattarsi liberamente alla preesistente orografia del terreno. L’architettura diventa così un’esperienza totalizzante, dove ogni linea di progetto assottiglia sempre di più il limite tra le opere create dal genio dell’uomo e quelle create dalla natura.

Per esempio, la Scuola di Musica di Garatti è posizionata lungo il crinale di una delle colline, distesa come un lungo serpente che si riscalda al sole prima di addentrarsi nella foresta. Le sue 96 aule di studio sono collocate perpendicolarmente ad un corridoio di circa 360 metri, grande spina dorsale del rettile che segue la curva della collina dando struttura alla scuola. Ognuna di queste aule si affaccia, quindi, sulla vallata dove scorre il fiume e dove è collocata la Scuola di Balletto. Le enormi finestre permettono di eliminare ogni barriera tra le aule e l’ambiente esterno, immergendo totalmente gli studenti nella natura.
La Scuola di Arte Drammatica progettata da Roberto Gottardi è, invece, più isolata ed introversa: appollaiata su una collina è rivolta totalmente verso il Rio Quibù. Le attività del programma, raggiungibili tramite strette e tortuoso vie, sono distribuite intorno a piccole corti con una morfologia ispirata ai tessuti urbani delle cittadine europee. Tali percorsi sono, secondo l’architetto “un’iniziazione ad un rito” e rendono tortuosa, misteriosa e labirintica la via per raggiungere il teatro.

Nonostante l’erba tagliata, i piccoli interventi di ristrutturazione dei fabbricati ed il funzionamento delle Scuole di Arte Plastica e di Danza Moderna di Porro, le altre scuole sono progressivamente state abbandonate ed ora sono abitate solamente dalle guardie che tengono lontani i visitatori non autorizzati ed i teppisti.
Queste piccole attenzioni non sono però altro che un grossolano tentativo del Governo di mantenere in uno stato di decoro una struttura che è abbandonata dal 1964, momento in cui il sogno ha incontrato la realtà. E’ in questa data infatti che i lavori, iniziati nel 1961, si sono dovuti fermare davanti alle prime difficoltà economiche del regime castrista, alla necessità sempre più forte di dare un volto ben definito all’architettura della Rivoluzione, nonché alle pressioni dell’Unione Sovietica per importare sistemi costruttivi prefabbricati più economici che implicavano però linguaggi ben lontani dallo stile organico caro ai tre architetti della Scuola d’Arte. Questo stile, tuttavia, non era totalmente apprezzato nemmeno dalla cultura architettonica cubana che, capitanata dall’architetto Antonio Quintana Simonetti, spingeva verso uno stile nazionale più deciso, razionale e controllato.

“L’architettura è una cornice poetica alla vita dell’uomo”: queste poche parole di Porro ben si prestano a spiegare quale fosse la carica del progetto e della sensibilità che lo accompagnava. Un progetto dotato di un’idealità e di una sensibilità lontane dal loro tempo ed incomprensibili ai più.
Ora, in questo stato archeologico, le scuole possono invece liberare finalmente la loro forza simbolico-evocativa. Non devono più assolvere a nessun compito funzionale, non devono più rispondere a nessun dettame, stilema o logica. Vengono così consegnate, con la loro decadente bellezza, a quell’eterno mondo delle malinconie e nostalgie dei tempi passati che tanto ci affascina mentre, sudati e stravolti, voltiamo le spalle e ce ne andiamo.
Ora che anche il sogno comunista di Castro è solo una lontana ideologia che nel tempo della globalizzazione si è trasformata in un souvenir da aeroporto, le rovine delle scuole di Garatti e di Gottardi ci appaiono come un monito.
Strappate dalla giungla, ci raccontano della caducità della vita, dell’imperfezione dell’uomo, della bellezza dei sogni, della purezza degli ideali e dell’ingenuità delle ambizioni di una società ormai antica e consegnata all’idealità della storia, come è quella di Cuba, che per quasi cinquant’anni ha fatto sperare a mezzo Mondo che un’isola come quella di Utopia esistesse veramente.