L’imperfezione come metafora – Intervista a SNEM

Una mattina di marzo di qualche anno fa, camminando per le strade di Ferrara, mi sono imbattuto per la prima volta in un’opera di SNEM: la colla era ancora fresca, doveva essere passato da poco. Da quel momento in poi ho incontrato spesso la sua firma, l’ho trovata tra i portici di Bologna, tra le calli di Venezia e nel traffico di Milano. Le sue opere, presenze tra i muri scrostati, forme composte di corpi sgraziati e virulenti che non possono non incuriosirti quando li incontri lungo il tuo percorso. Visto che ormai non c’è grande città in Italia in cui passeggiando non si incontri una creatura concepita da SNEM ho deciso di fargli qualche domanda, così la prossima volta saprai qualcosa di più su ciò che stai guardando o credi di guardare.

Devo confessarti che il tuo nome mi è sempre piaciuto. Come lo hai scelto?
Negli anni in cui facevo graffiti, cambiavo spesso tag, per lo più in base all’accostamento fra le lettere. “Snel” in olandese significa “veloce”, poi sostituii la “L” con la “M”, solo per una questione estetica. Anni dopo iniziai ad interessarmi all’onironautica e proprio in quel periodo, per curiosità, cercai il significato del nome SNEM, scoprendo che in polacco si traduce letteralmente in “sogno”. Fui così sorpreso che da quel momento decisi di non cambiare più nome.

Da dove arriva SNEM? Che tipo di formazione e background culturale hai? Come hai mosso i primi passi nell’arte e come mai hai deciso di colonizzare proprio le strade con le tue opere?
Da quel che ricordo ho sempre disegnato. Sono cresciuto in una realtà provinciale, dove gli stimoli erano pochi e tendenzialmente passavo la maggior parte del tempo da solo.
Non lontano da casa mia però, iniziarono a venire dei writer a dipingere periodicamente la parete di un colorificio. Questa cosa mi incuriosiva e ogni giorno andavo al muro sperando di vederli all’opera. Qualche mese più tardi li conobbi di persona e in poco tempo, intorno al 2003, mi ritrovai a fare graffiti.
Durante il liceo iniziai ad interessarmi al mondo dell’arte, ero molto curioso e spesso mi capitava di marinare la scuola e di passare le mattinate cercando di intrufolarmi nelle aule dell’accademia di belle arti, per seguire qualche lezione. Negli ultimi anni di scuola, lavorai per un periodo come assistente nello studio di uno scultore, imparando molte cose utili, anche se la strada era decisamente più eccitante: vagare nella notte e scrivere il mio nome sui muri aveva il fascino del proibito. Nel 2010 mi trasferii a Milano per studiare design e in quel periodo la mia attenzione si spostò altrove, cambiarono molte cose, come gli affetti, le amicizie e per quasi un anno smisi pure di dipingere, fino a che un giorno mi capitò di vedere Exit Through the Gift Shop che mi diede degli input per ricominciare. Mi allontanai dalla realtà dei graffiti, che trovavo sempre meno stimolante, abbandonai gli spray e iniziai a sperimentare altre tecniche, tra cui quella dei poster, accorgendomi da subito che la strada oltre ad essere eccitante, diventava un vero e proprio palcoscenico, dove il giudizio dello spettatore è autentico.

Mi ha sempre colpito il tuo lavoro perché, nonostante le distrazioni che offre il caos della strada e le immagini quasi eugenetiche delle pubblicità, i tuoi disegni appesi ai muri hanno una tensione estetica che riesce sempre ad attirare l’attenzione: una bellezza sgraziata ed inquieta. Come è nato questo tuo feticcio per l’imperfezione e come porti avanti la tua ricerca?
Da sempre sono stato attratto dalle cose insolite, da ciò che è bizzarro e grottesco, da tutto quello che in qualche modo mi spaventa, ma allo stesso tempo mi incuriosisce. Guardavo molti film e studiavo registi come Švankmajer, Lynch, Cronenberg, Korine, e arricchivo il mio immaginario con film come The Elephant Man, Otesánek e Naked Lunch, solo per citarne alcuni. A Milano per tre anni studiai product design e mi ritrovai a progettare elementi estetici per “vestire” parti elettroniche e meccaniche, disegnavo delle forme che, praticamente servivano a nasconderne altre. Il fatto è che trovavo molto più interessanti le parti che coprivo che quelle che disegnavo, perché in esse è racchiusa una bellezza intrinseca, dovuta probabilmente alla funzione. In seguito pensai al corpo umano come ad un contenitore, quindi cominciai a studiare i libri di anatomia umana e visitai vari musei, tra cui il Museo delle Cere Anatomiche a Bologna e il Museo La Specola di Firenze. Con il passare del tempo integrai riferimenti alla pittura rinascimentale, all’anatomia più cruda, come malattie congenite e malformazioni, enfatizzando la brutalità dell’esistenza, la vulnerabilità umana e la precarietà della vita, in contrapposizione ad una società dove l’idea di “bello” è ossessiva e la sua accettazione categorica.

È interessante vedere come, da quando sei passato per Ferrara ad ora (più o meno nell’arco di due anni), i tuoi disegni siano riusciti ad emergere dalla loro bidimensionalità per diventare presenze tangibili nello spazio del quotidiano: cosa ti ha spinto ad uscire dalla carta? Come mai con Informi hai voluto trasformare le tue opere in presenze a tuttotondo da trascinare tra noi umani?
Negli ultimi anni mi sono allontanato dal figurativo, dando importanza alla casualità e la spontaneità del gesto nella formazione di figure sempre più amorfe, mantenendo però una tridimensionalità da cui sembra non riesca a sfuggire del tutto. Ho pensato dunque di sconfiggere l’illusione dei volumi, creando delle installazioni vere e proprie. A luglio ho partecipato ad una residenza d’artista a Cosenza, dove ho avuto modo di sviluppare questa ricerca che si è concretizzata con Informe, un progetto che si presenta sotto forma di strutture amorfe installate in uno spazio pubblico, necessario a ritrarre una materia sconosciuta, che dà origine a delle presenze perturbanti.

Il mondo della scultura e la tua conseguente indagine sull’interpretazione del reale ti stanno aprendo nuovi orizzonti come quello digitale ed i suoi glitches. Come è nato questo interesse e dove ti sta spingendo?
Quando studiavo design, avevo sempre a che fare con immagini digitali, fotomontaggi, render, ma soprattutto con la modellazione 3D, che serve proprio a definire forme tridimensionali in uno spazio simulato. La cosa divertente che mi ha fatto riavvicinare a questi programmi è stata la ricerca dei punti deboli di un’interfaccia perfetta, errori di calcolo da parte del software, che ho cercato di mettere in relazione con il reale, assemblando della spazzatura, per poi portare queste forme in uno spazio virtuale, tramite un rilievo 3D. Durante questo processo, si generano dei risultati inaspettati e fuori controllo, che umanizzano la tecnologia, esplorando una realtà enigmatica e soggetta a molte interpretazioni. Attualmente sto facendo delle ricerche sulla realtà aumentata: mi affascina molto e penso che andrò in quella direzione.

Che tipo di relazione vorresti che si instaurasse tra l’opera d’arte, il luogo e l’osservatore?
Non le definirei opere d’arte, soprattutto sono degli input, degli spunti che a volte provocano qualche reazione, che ovviamente cambiano in base al luogo, dunque in base alle persone che lo vivono. Nelle grandi città si è continuamente bombardati di immagini e informazioni, e l’attenzione è spesso superficiale, mentre nelle realtà più piccole, gli osservatori vivono lo spazio in modo differente, in un certo senso sono più attenti, la relazione diventa più intima e trovo che questo approccio sia più interessante, anche se generalmente non mi faccio molte aspettative su questo, preferisco osservare quello che succede.

Ti affezioni alle tue opere e passi spesso a “trovarle”? Hai mai provato a spiare per qualche minuto le reazioni che hanno i passanti quando vedono le tue creature? Hai qualche episodio da raccontarci?
In realtà cerco di non farlo, lavorare nel contesto urbano mi aiuta a non attaccarmi troppo alle cose che faccio, perché so che la durata è temporanea. Comunque, intervenendo spesso di notte, torno quasi sempre la mattina dopo a fare qualche scatto, e mi è capitato di vedere i passanti osservare o commentare i lavori. Ad esempio proprio a Ferrara, in via Coramari, mi sono imbattuto in una coppia di anziani, che indicavano il poster parlando di vasi sanguigni, vene e capillari, tenendosi per mano e domandandosi cosa significasse, come Alberto Sordi e Anna Longhi nel film Dove vai in vacanza, nella scena alla Biennale di Venezia.

“Neminem laede, immo omnes, quantum potes, juva” (Non ledere nessuno, anzi, quando puoi, aiuta tutti): lo hai scritto fuori dal XM24 di Bologna. Visto quello che sta succedendo nel Mondo, in Italia ed a Bologna credo che il tuo sia stato un gesto coraggioso ed il messaggio che hai scritto un mantra per tutti. Credi che l’arte fatta nelle strade abbia o debba avere un ruolo politico? Come artista quale credi che sia il tuo ruolo?
Penso che ogni atto abbia un’implicazione politica, indipendentemente dalle tue intenzioni e a volte è necessario prendere una posizione, specialmente quando si lavora nelle strade, perché si ha che fare con uno spazio che è fruibile da chiunque. L’arte che comunica tende ad essere banalmente illustrativa, mentre quella che denuncia rischia di diventare autocelebrativa ed elitaria. Quindi, per quanto mi riguarda, cerco di evitare queste dinamiche e porto avanti la mia ricerca, consapevole che a ogni azione corrisponde una reazione.