Il labirinto dell’Outdoor Festival – Intervista al collettivo Orizzontale

Giorni fa ci siamo piacevolmente persi nel labirinto allestito dal collettivo di architetti “Orizzontale” in occasione dell’Outdoor Festival che ha visto il padiglione arte dell’ex Mattatoio di Testaccio trasformato in un dedalo artistico. Il visitatore dovrà operare delle scelte, tornare sui suoi passi o cambiare percorso per apprezzare a pieno le opere contenute all’interno della mostra “Heritage”.

Li abbiamo intervistati per voi, nel frattempo cerchiamo la via d’uscita.

Iniziamo dalle presentazioni. Come è nato Orizzontale? 
Orizzontale nasce durante gli anni dell’università, dalla voglia di sperimentare nuovi metodi di indagine e di intervento sullo spazio pubblico urbano. Eravamo amici o compagni di corso, tutti con alle spalle esperienze di studio all’estero che ci avevano avvicinato a temi di ricerca su cui avevamo voglia di ragionare e metterci alla prova. La prima azione pubblica Le orecchie di Giussano ha avuto luogo nel 2010 su un marciapiede del quartiere Pigneto a Roma, a due passi da quello che anni dopo è diventato il nostro studio. Da quel giorno il gruppo ha subito molte modifiche, fino a trovare un equilibrio nella forma attuale. Orizzontale oggi è un collettivo di architetti il cui lavoro attraversa architettura, paesaggio, arte pubblica e auto-costruzione.

Vi occupate di “spazi collettivi”, del rapporto e delle relazioni che essi generano nel tessuto urbano. Si può dire che oggi uno degli spazi collettivi meno tangibili e più frequentati sia quello dei social network, fautore dell’individualismo reale nella collettività virtuale. Come vi relazionate rispetto questa tematica?
L’avvento dell’era digitale ha trasformato radicalmente il mondo in cui viviamo, dalle abitudini di vita e di lavoro fino alle relazioni interpersonali. I mezzi di cui disponiamo permettono di creare reti, ispirare strategie ed ottimizzare risorse, ma restano degli strumenti che hanno bisogno di una visione per essere impiegati in maniera efficace.
I social network sono divenuti una realtà con cui la nostra generazione è chiamata a confrontarsi: oggi è possibile vivere in un luogo e lavorare in un altro, produrre opere complesse utilizzando unicamente un computer, incontrare amici e instaurare relazioni a partire da incontri virtuali. L’ipertesto fa parte del linguaggio, trasfigura i rapporti e li immette in un mondo di connessioni immateriali.
Incontrarsi nel mondo virtuale, però, non sostituirà mai – ne siamo certi e anche felici – lo scambio diretto a cui l’uomo tende per natura. Il modello originale da cui ogni network prende forma è il luogo dell’incontro, che nel nostro immaginario urbano si traduce nell’archetipo della piazza. Una grande piazza virtuale, quindi, come sfondo per incontri privati e rappresentazioni collettive. Che in fondo è il tema da cui parte tutta la nostra ricerca.

Quello che avete progettato per la mostra “Heritage” è un allestimento labirintico in cui il visitatore deve compiere scelte, seguire il proprio percorso e magari tornare sui suoi passi e osservare ancora per poi disorientarsi e ritrovare una direzione. Una sorta di metafora dei tempi moderni tradotta in termini spaziali. Ce ne volete parlare?
C’è molto nella scelta del proprio cammino, dall’erranza del flâneur al relativismo dei punti di vista in una società soggetta a cambiamenti sempre più rapidi, ma ciò che ci interessa è la direzione, la visione che ognuno può mettere in gioco quando procede secondo le proprie coordinate. Una sorta di grande coreografia, in cui le singole traiettorie disegnano infiniti percorsi compresenti.

Il 2018 è l’anno del Patrimonio Culturale, tematica protagonista della mostra “Heritage”. Come vi rapportate con questo tema e quanto influisce sul vostro lavoro il rapporto con esso.
Non è la prima volta che ci troviamo a riflettere in termini progettuali su questo tema e probabilmente non è un caso. Crediamo che l’atto di tramandare abbia subito nel passato recente profondi cambiamenti e che oggi non si tratti più di un’azione lineare, statica e passiva, bensì di un processo attivo e personale, che richiede inventiva e interpretazione di ciò che riceviamo dal passato.
Nel 2015 abbiamo curato l’allestimento per il festival Steirischer Herbst, che si svolge annualmente nella città austriaca di Graz, e il cui leitmotiv era appunto “Heritage”. Il progetto traeva ispirazione dal programma della NASA Spin-off, nel quale sono illustrati i prodotti di uso quotidiano derivati dalle tecnologie impiegate nei programmi spaziali del XX secolo. I grandi investimenti messi in campo per la corsa allo spazio hanno, infatti, avuto ricadute ben più consistenti sulla vita di tutti i giorni (basti pensare che fanno parte della lista oggetti come telefoni senza fili, costumi da bagno, luci LED, termometri e moltissimi altri) e questo dimostra chiaramente la natura imprevedibile dei processi ereditari contemporanei.
Per questa edizione del festival Outdoor ci siamo trovati nuovamente a riflettere sul tema dell’eredità, ma in un contesto del tutto differente. L’interpretazione che abbiamo dato, in accordo al team di curatela, traduce il concetto di eredità nella forma spaziale di un labirinto: percorso rapsodico e non rettilineo, fatto di bivi, scelte e prese di coscienza in cui, fin dal principio, si deve scegliere il percorso da intraprendere.