Le forme non appartengono a nessuno – intervista a Davide Trabucco

Se sei un appassionato d’arte o di architettura sicuramente ti sarà capitato di incappare in un’immagine di Confórmi. Non c’è spazio per i fraintendimenti: un quadrato, due immagini e un taglio. Un dittico che trova nella scissione diagonale, che sale da sinistra verso destra, una nuova coerenza figurativa.
L’artista di Confórmi è Davide Trabucco, bolognese, architetto di formazione e attualmente impegnato nella sua ricerca artistica al Collegio Venturoli di Bologna.
I suoi collage scandagliano il mondo della forma: un susseguirsi di immagini che ti seducono, ti stuzzicano e divertono, ti guidano per poi abbandonarti al fatto che alla fine non c’è nulla di esatto o di unico e che, come recita nel suo tumblr, “le forme non appartengono a nessuno”.

Le immagini utilizzate per i collage di Confórmi provengono da tutto il mondo del figurativo, dalle architetture di Aldo Rossi ai cartoon Walt Disney, da Giotto ai film di Alberto Sordi, fino al rigore sbagliato da Baggio a USA ‘94: una scelta da alcuni criticata perché reputata a random ma che indubbiamente amplifica la portata della tua liberazione delle forme. Come ti muovi in questo universo di immagini? Ti focalizzi su certi filoni o rielabori gli stimoli che ti arrivano dall’enorme zapping della vita quotidiana?
Le immagini di Confórmi rappresentano la mia memoria individuale: sono immagini che mi piacciono e che per me hanno un interesse specifico. Quello che confluisce all’interno dell’archivio rappresenta la mia voglia di collezionare e conoscere tutto in modo compulsivo e bulimico. Per questo le immagini provengono da differenti campi del sapere. Partecipano all’archivio anche elementi che non hanno valore culturale di per sé (ad esempio una cipolla tagliata a metà), ma che lo acquistano in rapporto ad un’altra immagine. Generalmente non lavoro per filoni e le immagini sono inserite all’interno dell’archivio nel momento stesso in cui sono associate tra di loro. Essendo un lavoro che nasce in parallelo alla mia ricerca capita che, soffermandomi di più su un autore o un movimento, alcune immagini possiedano un filone narrativo.

Come funziona solitamente il tuo processo creativo e che rapporto hai con le immagini che selezioni? Estetico, sentimentale o semplicemente quotidiano?
Dovendo creare un principio tassonomico e sistematico, ho scelto come regola il metodo associativo: metodo che di per sé rallenta il sistema di crescita dell’archivio perché creare un dialogo tra due cose (in questo caso due immagini) implica perdere tempo. Le immagini quindi non sono raccolte come dato in sé, ma attraverso un processo critico con regole dichiarate che trasforma i due documenti raccolti attraverso una forma, il quadrato e un elemento unificatore, la diagonale. Le immagini che scelgo hanno per me un valore prettamente estetico, legato alla ricerca che conduco e non vengono quindi cercate appositamente, ma arrivano attraverso le letture, le mostre, i viaggi, il quotidiano…È il mio vivere che alimenta Confórmi, non viceversa.

Antonio Grulli ha scritto di te: “Davide Trabucco ha una memoria visiva quasi infinita, e il progetto si alimenta della sua continua curiosità e del suo muoversi ininterrottamente nel mondo delle forme come un flaneur, un cercatore d’oro”. Questa tua ricerca e produzione spasmodica e compulsiva di immagini è quindi un tuo stato mentale, una cosa che hai sempre fatto e che con Confórmi si è formalizzata, o è il risultato di un percorso personale ed artistico?
Confórmi è servito come momento ordinatore di un enorme patrimonio visivo di riferimenti che avevo da tempo sul computer e che non era facilmente fruibile: non c’erano nomi, date, luoghi…solo immagini trascinate dal web al desktop.
Collezionare e archiviare sono sempre stati parte del mio modo di approcciarmi al mondo: il sapere enciclopedico mi ha sempre affascinato. La paura di non conoscere, non trovare una sola risposta e affidarmi così alla molteplicità racconta sicuramente il mio essere insicuro nelle cose. In questo senso Confórmi si fonde e si confonde col mio vivere: continuo a collezionare me stesso.

Ti sorprendi ancora quando scovi nuove analogie?
Assolutamente no. Confórmi è una ricerca continua sulla forma e la sua origine. E l’origine sta sempre davanti a noi. È una conquista e non un’eredità. Creare un archivio significa questo: cercare dove le cose cominciano e la loro origine. E la forma originaria e primigenia non esiste e sono obbligato a cercarla nei salti temporali e spaziali che le forme hanno. La volontà è quella di trovare, come direbbe Roland Barthes, forme che non possono essere fissate in nessuno stereotipo, forme di cui “non si può parlare né su di loro, né di loro. Ogni attributo è errato, doloroso, goffo, imbarazzante”. L’archivio è un luogo in cui mi pongo delle domande e non dove trovo risposte definitive: è uno spazio non finito e non finibile.

“Le Forme non appartengono a nessuno” è da leggere come un avvertimento verso chi si arroga l’originalità o più come un consiglio su come guardare o produrre? Ti faccio questa domanda perché quando leggo questa frase mi sento rassicurato: credo che accettare che le note sono sette sia ormai necessario davanti ad una realtà come quella dei giorni nostri dove l’originalità ci è un po’ sfuggita di mano e dove tutto ormai viene prodotto per il tempo di una view.
Confórmi nasce all’interno di un dibattito più ampio sul senso dell’originalità ai nostri giorni. Il copyright e il suo sfruttamento economico hanno portato l’arte e l’architettura a lavorare sull’originalità come unico fine, anche se questa non è di per sé una condizione sufficiente per dire se un dato prodotto appartiene a questi due campi della produzione umana. Di per sé l’originalità non è il fine primario dell’esperienza artistica e in molti periodi della storia dell’arte citare è stato uno dei metodi che ha dato valore al proprio operato. Roberto Longhi affermava che tutte le opere d’arte sono relative perché vivono in rapporto ad un’altra opera, e che questa relazione è necessaria altrimenti un dato prodotto verrebbe guardato non come oggetto d’arte ma con orrore.
Il bisogno di produrre immagini è legato al volersi allontanare da un certo tipo di pensiero architettonico: per anni Koolhaas ci ha insegnato a pensare l’architettura per diagrammi, io avevo voglia, prendendo in prestito le parole di Calvino e Ghirri, di tornare a pensare semplicemente per immagini.
Oggi siamo tutti, o quasi, produttori di immagini e possiamo entrarne in possesso molto facilmente: Confórmi ruba le immagini dal web e al web le restituisce. Nel momento in cui acquisisco un diritto sulle immagini degli altri, rubandole, lo perdo, perché, anche se trasformate, le lascio libere di circolare nella rete. Immorale non è rubare un’immagine, ma non comprenderne e danneggiarne il contenuto, veicolando messaggi impropri.

A proposito del peso delle immagini oggi…vorrei parlare di Instagram, il social network attraverso cui divulghi i risultati della tua ricerca: hai un enorme successo! Pensi che tale attenzione sia dovuta al tuo gusto estetico, alla ricchezza del tuo archivio figurativo, al tema universalmente condivisibile della tua ricerca, a un mix di questi fattori o a cosa? Ricevi consigli o feedback dal tuo pubblico? Immagino che anche gli artisti una volta sbarcati sui social network abbiano i loro haters o ricevi solo complimenti?
Il primo elemento che ha reso il progetto popolare credo sia l’immediata riconoscibilità. Nel momento in cui ho pensato alla grafica di Confórmi, la volontà primaria è stata quella di creare una sola immagine immediatamente comunicativa, al fine di essere estremamente sintetico. L’immagine deve quindi essere “piacevole all’occhio” e colpire anche un pubblico non specializzato stimolandone la sensibilità visiva: non conoscendo gli originali chiunque deve poter riuscire a comprendere il dialogo tra le immagini anche senza l’ausilio della didascalia o di altri apparati testuali.
La scelta di lavorare con il collage è legata al reflusso dell’estetica dell’architettura radicale che è tornata con forza all’interno del dibattito contemporaneo: basti pensare ai lavori di architetti come Carmelo Baglivo, Cherubino Gambardella, Luca Galofaro e Beniamino Servino.
Dal pubblico ricevo ovviamente numerosi consigli e spesso capita che altri comincino a lavorare con lo stesso metodo di Confórmi: questo fa parte del mondo dei social. Personalmente non ho il problema degli haters: è capitato che qualche immagine abbia scatenato dibatto, ma sono consapevole che molto spesso non si hanno gli strumenti per leggere e comprendere le immagini. Nessuna immagine nasce infatti con un intento provocatorio o politico.

La tua ricerca artistica, però, va anche oltre Confórmi. A Bologna ho visto diversi tuoi interventi e sono curioso: verso cosa ti stai muovendo adesso?
Confórmi è una “piattaforma” che mi ha permesso e mi permette di creare collaborazioni e progetti, come l’esperienza dell’Unfolding Pavilion a Venezia nei giorni dell’inaugurazione della 16. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Non voglio però che tutti i progetti che hanno come propulsore Confórmi si pieghino semplicemente su questa ricerca e a questa estetica. Vedo Confórmi come un punto di partenza, non di arrivo.
La mia ricerca espressiva continua invece a lavorare sulle immagini, ma in modo contrario a Confórmi. Se Confórmi lavora per accumulo, ora ho bisogno di ripulire lo sguardo e di lavorare per sottrazione.
I due recenti interventi a Bologna raccontano queste nuove esigenze. Da un lato ho realizzato una carta da parati con tutte le immagini di Confórmi per una coppia di collezionisti: la volontà è stata quella di adattarsi alla dimensione abitativa, non imponendosi con forza, ma lasciandosi ispirare da un luogo già fortemente connotato come quello di Palazzo Bentivoglio. Dall’altro, l’intervento nel negozio Rossi 1924 esplora un elemento archetipico dell’architettura, la colonna, scomponendolo e trasformandolo in un fondale per una vetrina di abbigliamento.