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Orinatoio - Marcel Duchamp
Artwort Art Dall’orinale all’orale – La fine dell’arte contemporanea secondo Francesco Bonami
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Dall’orinale all’orale – La fine dell’arte contemporanea secondo Francesco Bonami

  • 2 March 2015
  • Felice Moramarco

In occasione dell’inaugurazione di Shit and Die, la mostra curata da Maurizio Cattelan, Francesco Bonami ha parlato della fine della curatela fatta dai curatori. Ora il curatore fiorentino di fama mondiale ha pensato di spingersi ancora oltre: ad essere morta è l’arte contemporanea.

Dall’orinale all’orale: la fine dell’arte contemporanea è il suggestivo titolo del libro che Bonami avrebbe intenzione di scrivere, ma che non ha ancora scritto. È stato anche il tema di un dibattito presso il Centro Pecci di Prato.

Io ho questo problema, invento i titoli, però poi devo metterci dentro i contenuti. Dall’orinale all’orale è il titolo di un probabile libro che sto tentando di scrivere. Adesso che ho inventato il titolo, ho il problema di creare una sequenza di contenuti che mi portino dall’orinale all’orale. L’orinale è quello di Duchamp del 1917, l’orale è quello dell’artista tedesco Tino Sehgal, le cui opere sono persone che parlano dentro un museo, raccontando storie o spiegando delle teorie o facendo soltanto dei gesti.

Al di là della problematicità che potrebbe presentare il parlare di un libro non ancora scritto, ciò che desta una certa perplessità è che una questione non da poco, come quella della fine dell’arte contemporanea, sembra essere fondata più sulla assonanza dei termini “orinale” e “orale”, che su precise argomentazioni di carattere storico ed estetico.

La mia idea è quella che forse l’arte contemporanea è stato un ciclo come tanti cicli della storia dell’arte come dal Rinascimento, al manierismo, al Barocco. Un ciclo che è iniziato con Duchamp, che capovolge sia fisicamente, ma anche metaforicamente il mondo dell’arte con questo oggetto, aprendo le cascate della sperimentazione, della provocazione che arrivano oggi fino a Tino Sehgal, che forse ritorna proprio all’inizio, ritorna alla tradizione orale, prima delle immagini, quando la gente si raccontava storie e si raccontava immagini. E forse da lì si riparte e gli artisti, forse, non so ancora come si chiamerà o se si chiamerà in un modo diverso, nel nuovo periodo dell’arte dovranno e vorranno raccontare storie in un modo diverso. C’è il momento della sperimentazione, ma c’è il momento anche del racconto, e credo che si stia entrando in un epoca in cui il racconto ritorni ad essere essenziale per l’arte.

Sul radicale valore rivoluzionario dell’opera di Duchamp credo non ci siano dubbi. Non può non lasciare invece molto perplessi l’attribuzione di un valore epocale alle performaces di Tino Sehgal. All’artista tedesco spetterebbe il compito di celebrare i funerali dell’arte contemporanea.
Già, ma cos’è “l’arte contemporanea”? Stando alla definizione che ne dà Bonami, l’arte contemporanea sarebbe un ciclo della storia dell’arte occidentale, simile ad altri movimenti e tendenze succedutesi nella secolare storia dell’arte occidentale. Ciclo inaugurato da Duchamp nel 1917 e arrivato ormai alla sua conclusione.
Ma se è vero che l’Orinatoio di Duchamp ha costituito un punto di svolta nel percorso dell’arte occidentale, è anche vero che le forze sprigionate dal terremoto duchampiano sono schizzate in molteplici direzioni differenti, e sarebbe da idioti pretendere di incanalarle in un unico flusso e farle convergere tutte in un punto preciso che dovrebbe coincidere, non si capisce per quale motivo, con l’opera di Tino Sehgal.
Sicuramente l’arte contemporanea si è caricata di alcune connotazioni di carattere estetico: l’emancipazione dalla figuratività, la distruzione del sistema delle arti, la commistione tra le varie discipline, la mutazione radicale del ruolo dell’artista, l’utilizzo di materiali e tecniche non convenzionali. Restano tuttavia caratteri molto generali. È evidente che l’espressione “arte contemporanea” non ha una precisa connotazione estetica, ma denota semplicemente la prossimità storica e temporale del momento in cui l’opera è stata prodotta.
Ma il punto a dir poco disarmante della tesi di Bonami è che la “rivoluzione” di Tino Sehgal, la fine del contemporaneo, si risolverebbe in un ritorno al racconto, alla tradizione orale (sic!).
Quindi prepariamoci a vedere gallerie e musei invasi da menestrelli e cantastorie. E non importa che la multimedialità continui a moltiplicare esponenzialmente i piani di esperienza, o che il virtuale vaporizzi e fluidifichi sempre di più ogni forma di comunicazione. Ciò che conta davvero è che “orinale” faccia rima con “orale”!

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Felice Moramarco

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