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Artwort Architecture Siza e il restauro del Chiado a Lisbona – Elogio della strategia progettuale
  • Architecture

Siza e il restauro del Chiado a Lisbona – Elogio della strategia progettuale

  • 18 March 2016
  • Daniele Garofalo

Il nome di Alvaro Siza esprime l’ apparente contrapposizione tra puro disegno di quinte architettoniche in un emergere di archeologia del presente, in bilico tra segno espressionista e controllato rigore minimalista. Il maestro, studiato e considerato come riferimento assoluto da molti, fu subito incaricato dalla municipalità di Lisbona di redigere una proposta generale per la ricostruzione del quartiere degli artisti di Lisbona, il Chiado, andato distrutto nella notte del  25 agosto 1988, in seguito allo scoppio di un tragico incendio all’interno dei Grandi Magazzini Grandella di  Rua do Camo. L’area rovinosamente danneggiata consta di quattro isolati del Chiado e comprendente diciotto edifici.

Chiado in fiamme - PH Revista Sàbado, Agosto1988
Chiado in fiamme – PH Revista Sàbado, Agosto1988

 

Considerata la data nella quale fu proposto il progetto, si è portati a pensare che l’intervento sia stato terminato ormai da molto tempo; in realtà quell’impressione di just in time, complice la pubblicisticaa, è un effetto quasi sempre illusorio. L’architettura ha tempi lunghi, talora lunghissimi, e la vita dell’architetto si svolge tra la concitazione febbrile della proposta redatta a tempo record e le lunghe attese nelle quali il progetto cerca di farsi largo nel mondo, riuscendo qualche volta a prendere un bel corpo. Presa visione della proposta di restauro del sito, si notò come non fossero pensati interventi pittoreschi o distanti da ciò che era l’area in precedenza, tradendo così alcune delle aspettative riposte nel nome del grande architetto. “Uguale a ciò che era? Vi è un tocco di falsità inevitabile” annotava Siza.

Schizzo del Chiado di Alvaro Siza
Schizzo del Chiado di Alvaro Siza

Data l’importanza del sito, i più si sarebbero aspettati un concorso pubblico per la riqualificazione dell’area anziché assegnare l’incarico direttamente all’architetto portoghese.
Alvaro Siza sosteneva che: “ho pensato sin dall’inizio, l’ho espresso in pubblico, che sarebbe stato un errore tentare di trovare una soluzione corretta del problema a partire da idee che si basassero su un mero repertorio grafico o di disegno ottenibile attraverso un concorso di idee, che pure molti sostenevano. In questo scenario, tanto particolare, era necessario il contrario, poiché la soluzione si sarebbe dovuta ricercare inevitabilmente con la negoziazione ed il dialogo, ovviamente mediati da una enorme quantità di interessi opposti concentrati e di diritti proprietari esistenti nel settore. D’altro canto il progetto non avrebbe dovuto avere l’obbiettivo di sollevare una polemica personale tra la nuova architettura (moderna o post moderna) ed il possibile recupero dell’architettura distrutta. Ho sempre considerato, inoltre, che la chiave del successo dell’intervento non si basava sulla mera revisione dei termini “conservazione o non conservazione” degli alzati degli edifici: dovevano essere ripensate le relazioni con la zona circostante, dare soluzioni a problemi generati da un’edificazione che si posa su una topografia accidentata, risolvere adeguatamente i problemi di accessibilità, di degrado che negli interni di questi isolati attualmente presentano e che furono in parte causa del disastro. Non si sarebbe dovuta trascurare la necessità di recuperare i valori tradizionali che diedero personalità e carattere alla zona e che, con il tempo, entrarono in decadenza progressiva, non solo in quest’area ma in tutta la baixa.”

Terrazza del camo - © Camara Municipal de Lisboa
Terrazza del camo – © Camara Municipal de Lisboa

In occasione della prima esposizione del progetto, il rispetto di questi elementi spinse un architetto a rivolgersi a Siza con questa osservazione: “Realmente non hai fatto nulla, tutto continua come prima al Chiado”. L’ingenua esclamazione mette in evidenza un aspetto importante dell’architetto portoghese come quello dell’auto-referenzialità di una parte del progetto che si svolge adottando mezzi Pombalini: viene ricostituita in cemento armato la celebre struttura antisismica di Pombal (la Gaiola), alcune facciate crollate vengono rifatte seguendo gli antichi, documentatissimi disegni, nello spirito di una interpretazione della Baixa come un “edificio unico” in cui tutti gli elementi che ne costituiscono la forma furono standardizzati, quasi prefabbricati.

Terrazza del camo – © Camara Municipal de Lisboa

Piuttosto che classificare il progetto sotto la voce “conservazione”, si potrebbe identificare tale contributo come il tentatitvo di ricostruire una parte di città “con i suoi stessi mezzi”. Pertanto l’atteggiamento di Siza è meno passivo di quanto si creda: restringe alcuni corpi di fabbrica, opera diradamenti, rende pubblici certi cortili, intensifica i passaggi per superare i salti di quota e soprattutto disegna molti interni degli edifici, spingendosi là dove Pombal non era arrivato. Tutto ciò collega l’opera di Siza con quella degli altri architetti che vedono lo spazio del progetto come un’operazione tutta rivolta ad agire nelle pieghe e negli interstizi della sostanza di cui si compone la città. Secondo questa prospettiva “tutta” l’architettura è implicata a risolversi nelle tematiche dell’infill.

Schizzo del Chiado di Alvaro Siza
Schizzo del Chiado di Alvaro Siza

 

Tassello dopo tassello il progetto della riqualificazione del Chiado, come un mosaico, prende forma con il passare del tempo. L’ultimo “tassello” ad essere posto in opera è la terrazza del Camo che, come una loggia, permette di avere una spettacolare vista sul paesaggio circostante. L’architettura per molti è l’arte del mescolare realtà e finzione, e magicamente Siza riesce a far apparire il falso più reale del vero, riuscendo a portare a compimento quello che in passato non è stato espresso pienamente.

 

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Daniele Garofalo

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