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Artwort Architecture La Memoria dell’Ordine – Intervista a José Ignacio Linazasoro
  • Architecture

La Memoria dell’Ordine – Intervista a José Ignacio Linazasoro

  • 28 April 2016
  • Daniele Garofalo

Abbiamo accompagnato l’architetto e professore della Escuela Técnica Superior de Arquitectura di Madrid, José Ignacio Linazasoro, in una piacevole passeggiata tra le splendide architetture del territorio pugliese. Alle prime luci della mattina, sul lungomare di Bari, avvolti dal maestrale e dal forte odore di salsedine e pescato, volgiamo lo sguardo al profilo della città vecchia. In un momento di magico silenzio, Il professore esclama “questo è bellissimo!”

Cos’è per lei architettura di qualità?
Non saprei risponderti con precisione, è necessario analizzare molte variabili. E’ importante che l’edificio abbia delle giuste proporzioni e sia in scala con il resto della città. “Deve fare città”, bisogna avere il senso della misura e della dimensione, approfondite con la proporzione.

José Ignacio Linazasoro © Javier-Escuelas Pías Biblioteca Exterior
José Ignacio Linazasoro © Javier-Escuelas Pías Biblioteca Exterior

Oggi ci sono ancora architetti che “fanno città”?
Non è caratteristica comune al giorno d’oggi, solo alcuni ci riescono, molti cercano di essere delle icone e così trasmettono questa caratteristica a ciò che producono. Per avere la capacità di “fare città” è necessario possedere un atteggiamento più sommesso. Per fare architettura ci vuole architettura, non si può essere dogmatici, non porta a molto, bisogna aprirsi alla realtà per trovare soluzioni, alle volte anche intelligenti. E’ comunque un problema generazionale perché nella storia si è sempre riusciti a fare città: pensa ad esempio ai centri urbani romani con gli isolati uguali o agli insediamenti medioevali che avevano una morfologia architettonica molto coerente.

José Ignacio Linazasoro © Carlos Garmendia Fernández-Escuelas Pías de San Fernando en Lavapies
José Ignacio Linazasoro © Carlos Garmendia Fernández-Escuelas Pías de San Fernando en Lavapies

Nel centro storico di Bari ci fermiamo ad osservare due piazze contigue: quella del Ferrarese e quella Mercantile. Secondo lei la funzione della piazza oggi è rimasta invariata? Ha esigenze architettoniche diverse dal passato?
La piazza ha mantenuto la sua funzione di luogo di incontro e resta sempre uno spazio aperto nel quale possono convergere numerose funzioni ma nessuna particolarmente radicata o predeterminata. Nella piazza da me progettata a Reims, inizialmente, vi era un vuoto senza identità dovuto alla distruzione degli edifici medioevali antistanti la facciata della cattedrale.
Con l’intervento di pavimentazione e l’aggiunta degli alberi, che occupano quello che era l’ingombro originale degli edifici distrutti durante la Seconda Guerra Mondiale, si formano delle quinte sceniche per la cattedrale. Esse definiscono e costruiscono uno spazio che non solo ha il compito di accogliere i turisti, ma soprattutto di soddisfare le esigenze degli abitanti nel riconoscere una piazza. E’ piazza perché delimitata da spazi “pieni” che ridisegnano il sagrato originale della chiesa.

Plaza de la Catedral de Reims © Linasazoro Sànchez arquitectura
Plaza de la Catedral de Reims © Linasazoro Sànchez arquitectura

Che rapporto vi è per lei tra architettura e natura?
Considerando nuovamente il progetto a Reims, la funzione degli alberi è ridare un pieno a quello che prima era un vuoto, essi costruiscono una quinta scenica. La vera piazza, quella italiana, è senza natura. La natura è natura con una sua identità, la pietra ha un’altra identità ben definita. L’architettura è architettura. Si possono far coesistere architettura e natura ma le rispettive identità devono essere ben leggibili altrimenti non vi è coerenza ed armonia.

Camminando lungo la muraglia fortificata del lungomare osserviamo gli edifici di pietra dotati tutti di una zoccolatura bugnata.
In italiano “brutto” ha un’accezione negativa, invece osservando lo spazio che stiamo percorrendo, che è bellissimo per la sua qualità, con tutta questa pietra viva e gli edifici che poggiano sul forte basamento bugnato, lo definirei in spagnolo con l’aggettivo “bruto”: forte, brutale, arcaico. Questo è uno spazio ben definito dal suo vigoroso carattere!

La cattedrale Di Bari è uno dei pochissimi casi di restauro in cui nel 1950 si è deciso di eliminare i paramenti barocchi per riportare gli interni alle antiche fattezze romaniche, cosa ne pensa di questo intervento?
Penso che il restauro non si basi sull’oggettività, poiché è fortemente vincolato alla sensibilità della rovina che abbiamo acquisito nei secoli. Noi apprezziamo la traccia indelebile del tempo sulle cose, gli antichi invece no. E’ il nostro rapporto con il concetto di storia e memoria che ci condiziona: la storia è cambiamento ed alterazione, la memoria invece è continuità. Quando si entra in contatto con l’antico è necessario fare delle scelte, ciò è molto difficile. Saper fare delle scelte non è una caratteristica diffusa tra i contemporanei! La bellezza di una architettura risiede nell’essere un palinsesto (πάλιν + ψηστός ,pálin psestòs, lett. “raschiato di nuovo”). La stratificazione è sottovalutata ma molto bella ed intrigante.

©Nicoletta De Rosa
©Nicoletta De Rosa

Cosa la spinge a guardare la rovina come architetto progettista e non come architetto restauratore, ovvero leggere e comprendere lo spazio piuttosto che congelarlo?
Io parto dal presupposto di essere un distruttore, non si può fermare il tempo. Il non toccare nulla porta alla rovina delle cose, come sta accadendo ultimamente a Pompei. Non si possono fare interventi “musicali” ed ineffabili in architettura perchè il tempo passa e non si ferma, siamo in una realtà viva su cui necessariamente intervenire, e la nostra domanda deve essere “come intervenire?” Marguerite Yourcenar, riguardo il tempo, scrive che il nostro sguardo sulle cose cambia a seconda di come le guardiamo. Possiamo decostruirle come facevano gli antichi oppure no.

Quali sono stati i suoi maestri?
La mia maestra principale è la storia. Il mio pensiero architettonico comunque si è formato inizialmente osservando l’architettura del paese basco dal quale provengo, in seguito sono stati importanti gli studi sulle diverse tipologie e morfologie architettoniche. Quello che mi ha attratto di più è stato il romanico, con la forte interazione tra la luce e la matericità della struttura. La luce modella lo spazio donandogli un sentimento.

© Nicoletta De Rosa
© Nicoletta De Rosa

Quale lettura consiglierebbe ai giovani architetti?
Consiglierei un libro che non ha a che fare direttamente con l’architettura : Elogio dell’ombra di Tanizaki Junichiro. Ovviamente dopo il mio libro!

© Nicoletta De Rosa
© Nicoletta De Rosa

 

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Daniele Garofalo

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