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Artwort Columns Interviste immaginarie Le interviste immaginarie – Se avessi incontrato Inge Morath forse sarebbe andata così
  • Interviste immaginarie
  • Photography

Le interviste immaginarie – Se avessi incontrato Inge Morath forse sarebbe andata così

  • 3 August 2020
  • Laura Malaterra

Le interviste immaginarie sono un viaggio intrigante che ci porta ad incontrare, ogni volta, un grande del passato. Cinque domande rivolte con leggerezza per scoprire vita, passioni, progetti, segreti e umanità di questi personaggi, ricostruiti sulle basi del nostro sogno e sulla realtà della storia. Personaggi che si presentano vivi e attuali, ma in tutto rispondenti al loro tempo e alla loro personalità. Per capire veramente come e perché siano così importanti per la nostra cultura.

ISRAEL. Jerusalem. 1958. Inge Morath, Austrian photographer. Self-portrait.

Tra poco incontrerò Inge Morath e mi frullano nella testa le sue parole “… poi feci un viaggio a Venezia con Lionel  Birch. Come sempre mi limitavo a trascinarmi dietro la macchina fotografica che mia madre mi aveva regalato anni prima e, come sempre, non la usavo mai…”

Inge ci racconti di quel viaggio a Venezia che le aprì le porte ad una avventurosa carriera immortalata dal fatto di essere stata la prima donna ad essere accolta nell’agenzia Magnum Photos.
Era l’autunno del 1951, la luce era bellissima e la pioggia aveva ricoperto tutto ed ogni cosa pareva filtrata dietro ad un vetro. Mi ritrovai in un punto preciso per la prima fotografia e aspettai che passassero le persone giuste, nel posto giusto. Avevo appena iniziato a premere il pulsante che mi resi conto che quello era il modo perfetto di esprimere ciò che avevo dentro. Dovevo iniziare a fare fotografie. Tornata a Londra mio marito Lionel mi mise in contatto con Simon Guttmann, il fondatore della leggendaria agenzia Dephot nella Germania prebellica, che ora dirigeva una piccola agenzia fotografica ed era consulente per Picture Post. Dopo aver visto le mie foto di Venezia mi propone un posto di apprendista così mi ritrovo a scrivere lettere, imparare a lavorare in camera oscura e realizzare piccoli lavori fotografici con la mia nuova Leica, comprata di seconda mano. Nel 1953 ho fatto un reportage sui preti operai, li ho seguiti per mesi accompagnandoli nel loro impegno quotidiano di vicinanza ai fedeli e grazie a queste immagini, che ho mostrato a Capa, sono entrata alla Magnum. Robert mi aveva accettato nell’agenzia come socia potenziale e ricordo che uno dei primi incarichi, nella sede parigina allora in via di sviluppo, sono state le fotografie dei giurati di una mostra di rose al Parc de Bagatelle. Poi lavori sempre più impegnativi, coinvolgenti e rivedo quegli anni come una lunga sequenza fotografica dove scorre, parallelamente agli avvenimenti più o meno importanti che ho documentato, la mia vita di viaggiatrice e  fotografa incallita, un’avventura disseminata di ostacoli ma appassionante.

Riavvolgiamo la pellicola per tornare indietro nel tempo. Lei nasce a Graz, in Austria, da due scienziati che viaggiano molto e vivono in diversi Paesi europei. Infatti dopo la sua nascita andate subito a Friburgo, città universitaria nella Foresta Nera. Poi a Monaco, a Eberswalde vicino a Berlino, a Schirmeck  vicino a Strasburgo e poi a Viches, sempre in Francia, dove frequenta la scuola elementare francese. Dopo nuovamente in Germania a Darmstadt. Alla fine delle elementari conosce già due lingue. Nel 1938 – quando il nazionalsocialismo sta già dilagando – siete a Berlino dove frequenta una scuola adatta al suo talento innato per le lingue. Le vacanze passsate a Graz dove suo nonno la ritraeva con una macchina fotografica di grande formato e lei ricorda sedute di posa interminabili e la Contax 35 mm usata da sua madre posata sempre vicino al microscopio per documentare le ricerche. Poi l’università e lo studio durante le incursioni aeree e il trasferimento a Salisburgo quando viene colpita la casa di famiglia, l’arruolamento nella fabbrica Tempelhof a Berlino da dove fugge durante un bombardamento e il ritorno drammatico verso Salisburgo…
Quel viaggio fu un autentico calvario, arrivai stremata nel fisico e nello spirito e ci vollero diverse settimane per rimettermi in forma. Ricordo l’inizio del mio primo lavoro di traduttrice per i servizi di informazione degli Stati Uniti che mi diede l’opportunità, oltre al fatto  che lavorare per le forze di occupazione americane nell’Austria del dopoguerra era una posizione privilegiata, di conoscere lo stile giornalistico di Life. In seguito mi sono trasferita a Vienna dove ho conosciuto scrittori ed intellettuali come Ingeborg Bachmann, pittori come Wolfgang Hutter, Ernest Fuchs, Rudolf Steinböck,  direttore del Theater in der Josefstadt. Tanti altri avvenimenti prima del fatidico viaggio a Parigi nel 1949. Ero giovane, emozionata e pronta a conquistare il mondo su quel treno insieme al fotografo Ernst Haas – che mi aveva proposto di scrivere i testi di commento per i suoi servizi fotografici, dato che avevo una formazione come scrittrice e ricercatrice – chiamati da Capa per lavorare alla Magnum perché aveva trovato interessanti le fotografie di Ernst e i miei testi. Della mitica agenzia condividevo gli entusiasmi ma, soprattutto, l’etica, una sfrenata joie de vivre e la responsabilità di recuperare quell’immagine di veridicità compromessa negli anni della propaganda. Ricordo momenti fondamentali della mia “vita fotografica” alla Magnum: le fotografie di scena del film di John Huston Moulin Rouge a Londra pubblicate a doppia pagina su Life, un’autentica pietra miliare della mia carriera come la foto all’aristocratica britannica Eveleigh Nash mentre fa un giro in automobile sul Buckingam Palace Mail.

1958. Alberto GIACOMETTI in his studio.
USSR. Piatnika. Five horse sleigh on a stud farm 40 miles west of Moscow. 1965.
SPAIN. Madrid. 1955. Plaza Mayor. Siesta of the lottery vendor.
SPAIN. Navarre. Pamplona. St Fermines Festival. 1954.

La fotografia fatta di attimi fortunati, occasioni irripetibili che mutano la tua vita e ti catapultano, in una frazione di secondo, nel bizzarro gotha dei famosi. La fotografia come parte integrante della mia vita che mi ha insegnato ad indagare sulla realtà. La fotografia che ho potuto coniugare con l’altra mia grande passione, la scrittura. La fotografia che mi ha aiutato ad affermarmi in un mondo prevalentemente maschile, tanto che le prime fotografie le proposi agli editori con lo pseudonimo di Egni Tharom.
Ho avuto la fortuna di conoscere persone eccezionali. Henri Cartier–Bresson ha rappresentato la quintessenza degli incontri fondamentali per la mia crescita professionale. Ricordo le nostre trasferte, occasioni uniche dove osservavo Henri all’opera, una scuola di vita e un continuo confronto e scambio di idee. La sua filosofia applicata alla fotografia: un fotografo guarda nel mirino con un occhio ben aperto per scattare le sue fotografie,  mentre l’altro occhio è chiuso per guardare nella sua anima.

IRAN. Shiraz. 1956. Veiled Muslim women and caged cockatoos (wives of one man).
MEXICO. Durango. 1959. Actress Audrey HEPBURN during filming of “The Unforgiven,” directed by John Huston.
GB. ENGLAND. London. Publisher Eveleigh NASH at Buckingham Palace Mall. 1953.
USA. Reno, Nevada. 1960. Set of “The Misfits”. Marilyn MONROE.

Una frase che ha scritto lei, Inge, sintetizza il suo pensiero e la sua filosofia:“La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”.
Questo ha cercato, realizzandolo in pieno, nei suoi grandi reportage in giro per il mondo, instancabile documentatrice sempre attenta ai mutamenti della storia. Il 25 maggio 1954 Robert Capa viene ucciso da una mina in Vietnam. Per lei, come per tutti, fu un colpo durissimo. Ritorna in Spagna, dove era già stata nel ’51, per fotografare alcuni dipinti per la rivista d’arte francese  L’Oeil  e per ritrarre, per Magnum, Lola Picasso, sorella di Pablo, e  l’avvocatessa Doña Mercedes Formica, paladina dei diritti femminili nel regime franchista. Nel 1955 esce il suo libro su Pamplona Guerre à la tristesse e nello stesso anno visita l’Austria e il Sudafrica. Nel 1956 viene pubblicato il libro Venice Observed realizzato insieme alla scrittrice statunitense  Mary McCarthy  e riesce a convincere Holiday Magazine a finanziare un viaggio in Iran per il suo progetto sulla via della Seta, all’inizio viaggiando insieme all’editore Robert Delpire, poi si avventura da sola anche in Iran, Iraq sino alla Siria e alla Giordania.
Ricordo che a volte passavo le notti in antiche rovine perché non c’erano alberghi, vestita secondo le usanze del luogo e curiosa di imparare altre lingue. Il budget mi imponeva uno stile di vita spartano, ma per me non è mai stato un problema. Nel ’57 e nel ’58 fotografavo lungo il Danubio, nel 1959 – su incarico delle Nazioni Unite e accompagnata da Yul Brynner – ho documentato i profughi in Germania, Austria, Giordania ed Israele. In quegli anni New York stava diventando per me un punto di partenza per i miei lavori, ero irresistibilmente attratta da quella città intellettualmete stimolante, aperta alle novità, multiculturalmente effervescente. Sono stata sempre affascinata dagli aspetti quotidiani della Grande Mela, il quartiere ebraico, le persone che camminano frettolose, gli artisti che sono a volte diventati amici. Ma la mia fotografia diventata più famosa è quella di un lama che sporge la testa dal finestrino di un taxi nei pressi di Times Square! Alla fine degli anni ’50 ho lavorato spesso per produzioni cinematografiche, sono stata sul set del film Unforgiven di John Huston con Burt lancaster e Audrey Hepburn. Fotografa di scena  sul set del film Uno sguardo dal ponte di Sydney Lumet tratto dall’omonimo dramma di Arthur Miller. Ricordo il bellissimo viaggio in macchina con Henri Cartier–Bresson, nel 1960. Diciotto giorni da New York a Reno, nel Nevada, per fotografare  il set de Gli spostati di John Huston con la mitica Marilyn Monroe e Clarke Gable.

USA. New York City. 1957. A Llama in Times Square.

Prima di parlarmi anche del suo primo incontro con lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, che poi è diventato suo marito, mi parli dei suoi ritratti, la sua collaborazione con Saul Steinberg per la Mask Series, le sue immagini dedicate alla grande Marilyn e allo scultore Alexandre Calder fotografato nel suo studio, lo scultore Alberto Giacometti accanto alle sue statue, i ritratti di  Stravinsky, Malraux e quelli per Vogue delle attrici Jessica Walter e Marnie Nixon…  E che mi dice del suo avventuroso viaggio in treno, appena terminato, dalla Germania all’Unione Sovietica con Arthur Miller,  dove ha realizzato un ampio reportage che forse andrà in stampa con i testi di Arthur?
Rispondo subito alla sua ultima domanda perché credo che la pubblicazione di un libro su questo nostro bellissimo viaggio richiederà parecchio tempo, diciamo tra quattro anni, nel ’69? Speriamo… Saul Steinberg è un geniale innovatore, da sempre ammaliato dall’idea del travestimento perché per lui “La maschera è una protezione contro la rivelazione”. Ci siamo incontrati all’Upper East Side, all’altezza della settantacinquesima fra Park e Lexington e quando suonai il campanello Saul aprì la porta con in testa un sacchetto di carta sul quale aveva disegnato un autoritratto. La nostra collaborazione è iniziata così ed è nata la Mask Series, tra ironia e stupore, nel cuore di Manhattan, durante gli anni del boom americano. Che potrei dire di Marilyn che non sia già stato detto? Ricordo quel suo camminare sull’erba a piedi nudi, l’aria sognante tradita da uno sguardo malinconico che tutti avrebbero voluto cancellare da quel viso iconico di fatale bellezza. La fotografavo e sentivo le sua voce, ironica e sensuale e le sue risate tristi. Arthur Miller è diventato il mio secondo marito nel 1962 e naturalmente non posso rispondere alla sua domanda che sento vorrebbe farmi… Fu fatale quell’incontro sul set de Gli spostati? Tra un viaggio e l’altro in giro per il mondo, abitiamo a Roxbury, in Connecticut, insieme a nostra figlia Rebecca.

USA. Untitled. From the Mask Series with Saul Steinberg. 1961. Photograph by Inge Morath/MAGNUM PHOTOS.
USA. Untitled. (from the Mask Series with Saul Steinberg), 1962. Photograph by Inge Morath/MAGNUM PHOTOS. Mask by Saul Steinberg © The Saul Steinberg Foundation/ARS, NY

Inge lei è famosa anche per la cura maniacale con cui prepara i suoi viaggi, studiando la cultura e le tradizioni dei Paesi dove si reca, a volte imparando anche la lingua. Il viaggio come momento di conoscenza, affrontato sempre con entusismo tanto che è rimasta famosa la frase di Arthur “Non appena vede una valigia, Inge comincia a prepararla”. Progetti e preparativi per il prossimo reportage?
Un elenco lunghissimo di sogni, di viaggi, di fotografie, scritti e appunti per non scordare… da realizzare con l’entusiasmo di sempre. Un viaggio a Hong Kong e in Giappone, in Cambogia e in Venezuela; poi mi affascina la Cina ma vorrei ritornare anche in Spagna e dedicare un reportage al Cammino di Santiago di Compostela, in Slovenia per fotografare la chiesa in cui si sono sposati i nonni, a Cuba per immortalare Fidel e poi… Devo andare a preparare la valigia.

Arthur Miller e Inge Morath – 1962

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Laura Malaterra

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