Nadav Kander non ha bisogno di presentazioni, avrete sicuramente visto almeno un suo scatto (penso alla foto di Barack Obama realizzata per il New York Times Magazine).

Gli scatti realizzati per la sua ultima serie, “Dust“, sono raccolti in un’app, in un libro e saranno in mostra a novembre alla “Torch gallery” di Amsterdam.

Antefatto: Nel 1941 i sovietici hanno testato la loro prima bomba atomica vicino Kurcatov all’insaputa della popolazione locale, per monitorare gli effetti delle radiazioni su persone, piante e animali. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i siti di prova sono stati abbandonati, lasciati in rovina a seguito dello smantellamento militare.

Quattro anni fa Nadav Kander si è recato in Kazakistan per documentare le “closed cities” utilizzate per i test nucleari sovietici: una rete di città invisibili ed inaccessibili a tutti fino all’arrivo di Google Earth. La prima tappa è rappresentata dalla città di Kurchatov che prende il nome dal fisico russo che ha sviluppato la prima bomba nucleare.

“I like to photograph things that are quite difficult to look at, but in a beautiful way. It’s something I keep doing and doing because it nourishes me. It makes the viewer uneasy and challenges your idea of what’s beautiful.”

Dagli scatti emerge un innato senso estetico per le prospettive e per le composizioni architettoniche. Nella bellezza delle foto è insito il paradosso di cui si fanno portatrici: la rappresentazione di una sublime desolazione. L’uso della luce e le tonalità tenui fanno di queste opere dei quadri contemporanei da ammirare sia a livello estetico che per il loro significato.
Una sensazione di quiete e silenzio avvolge lo spettatore, una calma forzata più che voluta, che sa di abbandono, che testimonia gli effetti deleteri delle azioni umane. Aspetto umano che si evince per sottrazione, in quanto le varie foto si caratterizzano per l’assenza degli individui: si notano i segni delle loro azioni ma non compaiono mai in prima persona.

“There’s simply not very many people around, which made me a little uneasy about the project at first, but then I realized that the destruction shows the humanity. These are somewhat portraits of mankind—the ruins eludes to human presence.”

Una serie, questa di Nadav Kander, che in definitiva celebra l’estetica della distruzione.

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