Il 25 luglio ricorre un anno dalla morte di Walter de Maria, scomparso a 77 anni.

Pioniere della Land Art, appena diplomato alla University of California inizia il suo percorso come pittore. Poi l’approccio alla scultura e all’arte minimalista, nel clima di fermento culturale che animava gli happening di San Francisco e New York nei primi anni ’60.

Gli Stati Uniti si trovano a vivere, in quel periodo, anni molto intensi di violente rivolte anti-razziali, grandi proteste contro la guerra in Vietnam, movimenti studenteschi: un decennio di crisi e di grande energia, che trova la sua esaltazione nella pop-art e nel corrispettivo contraltare, l’arte minimal.

Se entrambe le correnti devono molto, per aspetti diversi, al Dada, da quest’ultimo de Maria sviluppa quell’interesse volto a suscitare nel visitatore un rapporto diretto e personale con l’opera, come s’intravede già in una delle sue prime realizzazioni, Boxes for meaningless work (1961): due scatole piene di oggetti corredati di un cartiglio che invitava il visitatore a spostare incessantemente e senza alcuno scopo gli oggetti da una scatola all’altra.

Allo stesso tempo, nell’esempio di Cage (1965), scultura realizzata per John Cage ed esposta alla mostra Primary Structures al Jewish Museum di New York, si rintraccia quella tensione insoddisfatta verso la purezza, espressa attraverso la forma, di cui lo stesso artista dice, nel ’68:

“Non importa quanto mi sforzi di essere puro, subentra sempre qualcosa, una vena di non-purezza. È quel punto in cui il caldo incontra il freddo, l’azione incontra la non-azione, questo è ciò che m’interessa. E cosa passa per la testa delle persone”.

Purezza formale e interazione con lo spettatore sono gli embrioni del corpus che Walter realizzerà come land artist a partire dall’inizio degli anni ’70, allorquando un gruppo eterogeneo di figure inizia a sentire l’esigenza di distaccarsi da un sistema di valori sociali imposto e da un modo tradizionale di vedere l’arte, ritirandosi nell’intatto deserto del Nevada dai musei e dalla città, incarnazione di quei falsi principi e di quell’effimerità di cui la pop-art si nutriva e al tempo stesso si faceva scherno.

Lightning Field (1977), l’opera più nota di Walter, è una sorta di trasposizione fuori scala dei Beds of Spike del ’69: 400 sottili aste d’acciaio nel deserto del New Mexico sistemate secondo un ritmo ordinato   ̶  lo stesso della batteria che suonava nei Primitives con Lou Reed e John Cale prima che questi fondassero i Velvet Underground. Un gigantesco spazio espositivo di 1 kilometro quadrato che nella stagione dei temporali s’illumina dei fulmini attratti dal metallo, un luogo di ricognizione con se stessi e con il senso di Sublime insito nella Natura che pervade trasversalmente gli interventi di Land Art: “penso che i disastri naturali siano la più alta forma d’arte possibile di cui fare esperienza“, afferma l’artista in un breve testo intitolato “On the importance of Natural disasters“.

L’ingigantimento delle forme minimaliste, come contrapposto al senso di piccolezza dell’uomo, è lo stesso che si riscontra anche nei lavori successivi, come le serie composte da aste metalliche disposte secondo precisi calcoli matematici in 360° I Ching (1981),  A Computer Which Will Solve Every Problem in the World/3-12  Polygon (1984), 13, 14, 15 meter rows (1985) o nella sbarra lunga un kilometro incuneata nel cuore della terra in Friedrichsplatz Park a Kassel in occasione della sesta Documenta, lo stesso kilometro che in The Broken Kilometer disseziona e dispone in fila, invadendo un’intera sala del West Broadway di New York.

La partecipazione alla Biennale d’Arte di Venezia del 2013 con la serie del 1990 Apollo’s Ecstasy, in Arsenale, ha rappresentato una grande occasione di addio. “In contrasto con il rumore bianco dell’era dell’informazione  ̶  ha affermato il direttore della Biennale Massimiliano Gioni riuscendo, con poche parole anche a riassumere l’essenza vitale che ricorre nei lavori dell’artista  ̶  l’impianto di de Maria festeggia la muta, gelida purezza della geometria“.

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