Chromapoems – Se le poesie potessero esprimersi a colori

La sinestesia è un fenomeno per il quale ad una percezione sperimentata attraverso un senso (ad esempio un suono tramite l’udito) ne viene associata un’altra appartenente ad un altro campo percettivo (un colore, un gusto, eccetera).

Tra i progetti finali dal corso di graphic design tenuto da August de lo Reyes all’Università di Washington basato su Processing, un linguaggio di programmazione open-source sviluppato dal MIT, uno dei più curiosi è il programma dinamico Chromapoems, realizzato dai web designer Lola Migas e Ryan Diaz.

Chromapoems crea, in maniera virtuale, qualcosa di molto simile a ciò che avviene durante un fenomeno di sinestesia: grazie a degli algoritmi specifici, studia la struttura interna delle poesie ed associa a ciascuna parola un colore. Ciò che ne risulta è un diagramma costituito da circonferenze concentriche, ciascuna corrispondente ad una frase. A sua volta, ciascun anello è ripartito in più blocchi a seconda del numero di parole contenuto nella frase, mentre più lettere o combinazioni di lettere poco comuni sono contenute in una parola (per esempio J, Q, X e Z),  maggiore è la saturazione del blocco ad essa associato.

Quasi a voler comporre assieme l’associazione emotiva colori-vocali di una nota poesia di Rimbaud e quella meta-scientifica colori-forme geometriche o anche colori-musica di Kandinskij, gli autori hanno creato una serie di poster che mettono a confronto poesie di diverse forme e tradizioni, come il sonetto, il pantoum malesiano, la villanelle franco-inglese, l’haiku giapponese, il verso libero e la terza rima, ciascuna rappresentata da autori tra i quali figurano William Shakespeare, Robert Frost, Franck O’Hara ma anche Lincoln e Martin Luther King per gli esempi di testi in prosa.

Come tavole di Itten stravolte, in cui ciascun colore è associato agli altri non per la natura delle relazioni che intercorrono tra di loro, ma secondo combinazioni dagli effetti ora più equilibrati ora più caotici, le poesie si svelano con gli occhi di un pittore analfabeta. Se il sonetto #18 di Shakespeare assume una forma dall’armonia a dir poco spiazzante e il discorso “I Have a Dream” di Martin Luther King sembra esprimere il tripudio di gioia insito in un’orgogliosa speranza, l’esito più interessante del progetto è quello di fornire uno strumento di valutazione insolito per brani di letteratura, che stimolano la persona che li osserva a ricercare il livello di complessità di un autore anche nell’aspetto grafico che le sue parole in questo modo assumono.

Al momento Chromapoems è ancora un prototipo e non ne è presente una versione prêt-à-porter sul web. Ma d’altronde alla presentazione del programma in forma interattiva durante un’esposizione, i visitatori si sono rivelati non troppo   ̶  o forse troppo   ̶  fantasiosi, esibendosi in versi liberi che vanno dal minimalista “Hi, Milos” al dada “how does this work????? / da;ldkjfa;klsdjf;alksdjf;lkj/asdjkjkd/kickeik//poetry“.