Morte e lascito di Richard Sapper nella poetica del progetto

“Io sono un completo nemico della Forma per la Forma; per me la forma è la conseguenza di una vita interiore che deve avere l’oggetto” asseriva con tono solenne Richard Sapper in un’intervista di Anna Pitscheider per il Museo Alessi: non lascia alcuna possibilità di dubbio circa il leitmotiv che lo accompagnerà in tutte le sue creazioni.

Nato a Monaco di Baviera nel 1932 e morto a Milano lo scorso 31 Dicembre, Sapper è stato uno dei designer più significativi del nostro tempo, progettista ed autore di oggetti di culto per il mondo dell’Industrial Design, vincitore per ben dieci volte del premio Compasso d’Oro, studioso di filosofia, anatomia, grafica ed economia. Icona dell’Età dell’Oro del Design italiano, i suoi oggetti sono un tripudio sì dell’estetica funzionalista e scultorea teutonica, ma anche di un patrimonio progettuale in lui ben innervato, ereditato dalle giovanili collaborazioni con Gio Ponti.

Il suo nome suona talvolta tanto sconosciuto ai più quanto presente nelle case degli stessi attraverso i suoi oggetti di design. Per citarne alcuni, l’iconica lampada Tizio per Artemide, una delle più vendute al mondo, dalle linee semplici e squadrate, in equilibrio perfetto grazie ai bilancieri ed un meccanismo geniale di trasmissione della corrente che fluisce lungo le aste; il bollitore 9091 per Alessi, che emette una rilassante melodia dalle note Mi e Si, ideata per ovviare allo squillante ed ansiogeno fischio comunemente prodotto dai bollitori; la radio Cubo per Brionvega, progettata nei primi anni Sessanta assieme a Marco Zanuso, simbolo della raffinata sintesi tra estetica emozionale e funzione prestazionale: i due cubi che la compongono si sviluppano come un bivalve mostrando i comandi all’interno e, allo stesso modo, il sistema si chiude in un parallelepipedo dagli spigoli smussati, con una continuità non spezzata neanche dall’antenna a scomparsa.

La sua integrità e la sua coerenza non risultano essere solo frutto della sua esperienza progettuale, ma anche connotati della sua stessa persona: in un periodo come gli anni ’60 in Italia, Sapper fu capace di ideare oggetti che, pur spaziando in vari ambiti, non hanno mai perduto il loro approccio emozionale e al contempo paradossale, ossimorico, freddo.

Non riuscì a plasmarlo l’influenza delle avanguardie italiane Memphis ed Alchymia di Sottsass, come non vi attecchì quella del colosso estero Apple e Steve Jobs con la sua offerta del ruolo ora rivestito dal celebre designer milionario Jonathan Ive, che rifiutò categoricamente senza alcuna cupidigia di un guadagno sicuro.

“Progettare spesso è come camminare in una foresta, può capitare che ci si perda, e dunque è meglio tornare indietro e ricominciare tutto daccapo.”

È questo il suo lascito, un monito per un’intera generazione di designer e di persone che si è fin troppo spinta nella foresta di oggetti inutili che popola oggi la nostra società, un monito a riconsiderare le orme tracciate sul selciato della storia degli oggetti.