Se l’architettura avesse un’anima si chiamerebbe luce. E con la luce gioca Federico Torra, giovane fotografo d’architettura. La sua formazione artistica si concretizza nell’interesse verso edifici, paesaggi, luoghi urbani partendo da Milano per raggiungere altre città europee che visita e ritrae spinto dalla ricerca di opere di Le Corbusier, Aldo Rossi, Alvaro Siza come di architetture anonime. Il cuore della sua ricerca infatti non è l’architettura dei grandi maestri: il suo intento è quello di condurre l’osservatore all’interno di una dimensione privata e segreta,  in cui perdersi nella matericità delle superfici, nella permeabilità delle grandi o piccole finestre che sprigionano inesorabile luce. La luce, materia impalpabile, che non si può governare né dirigere, da protagonista veste gli spazi interni ed esterni di queste scene dirette dai forti contrasti o dal pallido chiarore diffuso.

Tutto è immobile, desolato, apparentemente disabitato ma sicuramente a vivere è la luce che permea gli edifici moderni, contemporanei o rinascimentali di atmosfere sempre nuove e dense di carica espressiva. Le finestre sembrano dialogare, parlare con l’osservatore, le scale invitano ad entrare nell’inquadratura, i muri tagliano la pellicola con le loro linee decise, gli spazi sono semplici, nessun orpello o indizio superfluo ma è facile immaginare una scena appena vissuta o da tempo trascorsa.

Un viaggio nella dimensione dell’ordinarietà per cogliere gli scorci più banali di ogni edificio, le superfici che si lasciano attraversare dal tempo, i dettagli che non riescono a sfuggire alla perfezione dell’imperfetto dettato da una carta lasciata, una porta spalancata, un’impronta. L’uomo esiste, esiste come creatore dell’architettura e suo abitante, esiste negli oggetti, nelle tracce, nel degrado; appare e non appare e ne diventa narratore di storie mistiche intinte da bianche lenzuola di luce. Come in un film dal finale aperto le fotografie di Federico Torra lasciano spazio alla nostra immaginazione e definiscono pienamente un’atmosfera che dona vita e anima a queste architetture.

Parlami della tua formazione e di come è nato l’interesse per l’architettura.
La mia formazione non si è svolta in ambito architettonico; mi sono laureato in storia dell’arte e, contemporaneamente agli studi universitari, ho seguito il corso di fotografia al Bauer di Milano.
Mi sono avvicinato all’architettura da profano. L’interesse è nato prima nei confronti degli spazi urbani di Milano: cercavo luoghi in cui la città perdesse la sua identità e si trasformasse in una rappresentazione di città: una Milano anonima ma allo stesso tempo riconoscibile.
Da questo presupposto mi sono avvicinato all’architettura; principalmente come organizzazione degli spazi in cui viviamo, capace di dar forma al modo in cui trascorriamo la vita, sia nel privato di una casa che nel pubblico di una strada.
Penso che uno sguardo non tecnico possa essere un vantaggio per la mia ricerca: mi permette di concentrarmi su dettagli che uno sguardo specializzato trascurerebbe, rendendoli l’aspetto principale nella rappresentazione di un luogo o di un’architettura.

Come avviene la ricerca delle architetture da fotografare? Ci sono degli architetti o dei movimenti da cui sei più ispirato?
Cerco di documentarmi e approfondire la conoscenza di un architetto o un movimento attraverso manuali e saggi di architettura, mentre grazie a internet cerco di avere tutte le informazioni sullo stato di un’architettura oggi e sulla sua precisa collocazione.
La ricerca di un’architettura può avvenire partendo da un luogo dove un architetto ha lavorato, come il Portogallo di Alvaro Siza, o partendo da un materiale, come il cemento. La mia ricerca può accostare un’architettura come il Convento de La Tourette ad architetture anonime degli anni ’50-’60  oppure può concentrarsi su forme semplici che richiamano una scansione basilare e arcana dello spazio.
Talvolta arrivo di fronte ad un’architettura con un’idea che devo stravolgere radicalmente perché il modo in cui la luce incide certi spazi cambia l’idea che mi ero fatto studiando un luogo.

Domanda a bruciapelo. Digitale o analogica?
Analogica, la uso principalmente per i miei lavori; credo che non vedere immediatamente le immagini scattate aiuti a non distrarmi nel rapporto con ciò che sto fotografando. Personalmente ho bisogno di un po’ di tempo per entrare in sintonia con un luogo o un’architettura e preferisco vedere gli scatti in un secondo momento, con maggiore distacco.
Non intendo l’analogico come più “autentico” rispetto al digitale, mi sembra un discorso anacronistico e foto-amatoriale. Preferisco anche l’analogico per questioni di ordine, meno fotografie vuol dire anche meno spreco di immagini, una sintesi a priori.
Detto questo uso anche il digitale per lavoro e come condivisione social: su Instagram carico snapshot, appunti visivi di quello che mi circonda quotidianamente e alcune cose che penso un giorno di tornare a fotografare.

Così come in un ritratto si cerca di cogliere il volto nel suo profilo migliore, come ritrai l’architettura? L’atto è istintivo-emotivo o prefiguri l’inquadratura ancor prima di scattare?
Anche se le mie fotografie possono apparire molto costruite, preferisco che sia la particolare atmosfera o condizione di luce nel momento in cui visito un luogo, a catturare la mia attenzione, piuttosto che avere una visione premeditata.
Può capitare che in certi momenti della giornata un’architettura si presenti con alcune parti in luce ed altre in ombra, cerco in quel momento di concentrarmi sui particolari in cui la luce gioca con l’architettura, ne accentua alcune forme e ne nasconde altre alterando la percezione canonica dello spazio.

Il tuo approccio cambia se sei di fronte ad un’architettura “firmata” piuttosto che ad un’architettura ordinaria?
Cerco di fare il possibile perché l’approccio sia lo stesso. Delle architetture “firmate” mi interessano quei particolari, anche i più ordinari, attraverso i quali il progetto architettonico diventa architettura, quei compromessi con la materia che ne consentono la costruzione.
Questi “compromessi” caratterizzano tanto le architetture firmate che quelle ordinarie e sono gli elementi dove il tempo agisce con maggiore evidenza, sono le rughe di un’architettura.

Data la tua formazione in storia dell’arte contemporanea, il tuo lavoro è influenzato dall’arte, dalla pittura?
Dalla pittura in senso stretto non in modo particolare, forse indirettamente alcune mie immagini possono ispirarsi al percorso che porta all’astrazione di un’immagine: partire dalla rappresentazione per creare qualcosa che la neghi e possa esistere autonomamente, slegata dal soggetto rappresentato.
In alcune delle mie fotografie utilizzo una combinazione di linee, materiali, luce ed ombre per disorientare la percezione, altre invece sono molto concrete e oggettive: quasi dei ready-made.

Nelle tue foto le architetture sembrano parlare, dialogare con l’osservatore. Ci sono stati, nei tuoi viaggi, dei luoghi che più di altri ricordi per le emozioni che ti hanno trasmesso?
L’ultimo viaggio che ho fatto è stato in Portogallo, è stato molto interessante perché in pochi altri posti ho avuto la sensazione che l’architettura fosse complementare al paesaggio, lo completasse e ne facesse parte.
Un luogo emblematico in questo senso è la Piscina di Leça de Palmeira di Alvaro Siza; il cemento si fonde agli scogli e l’orizzonte della piscina è lo stesso del mare. Le forme semplici, la pianta labirintica e la lavorazione grezza delle superfici riporta ad una dimensione arcana e mitica, in cui architettura e natura sembrano vivere in armonia.

La luce che scegli spesso è diffusa, spesso crea contrasti più netti, ma in entrambi i casi la sensazione percepita è una positiva chiarezza espressiva. Come interpreti la luce nella fotografia?
La luce è sicuramente l’elemento portante di una fotografia.
Alcune volte la utilizzo in senso autonomo rispetto al soggetto, la luce e l’ombra mi interessano per le forme che creano sulle superfici, talvolta accentuano o trasfigurano quello che fotografo.
La luce dà atmosfera all’immagine; anche se una chiarezza e una luce diffusa non trasmettono necessariamente una sensazione rassicurante, cerco attraverso la luce di creare immagini che possano soffermare lo sguardo di chi le osserva e che trasmettano la sensazione di un’immagine recuperata da un ricordo o da un sogno.

L’accento sui dettagli, su alcuni scorci, e l’assenza della figura umana inducono a pensare che ci siano personaggi nascosti oltre i confini della cornice fotografica. Ti è mai capitato di fantasticare e pensare a storie ambientate in quei luoghi, in quelle scene, nelle tue fotografie?
Nel momento in cui scatto non ci penso, poi mi accorgo riguardando le fotografie che ci sono molti dettagli che inconsciamente mi erano sfuggiti. Spesso sono tracce lasciate dalle persone, scarti, rifiuti per terra, porte lasciate aperte. C’è una serie di Jeff Wall che mi ha sempre affascinato, sono fotografie all’apparenza ordinarie in cui la persona è appena passata, ha appena svoltato un angolo o sceso delle scale. Sono fotografie che mancano volutamente il momento cruciale e colgono la scia lasciata da una persona. Penso che alcune mie fotografie possano essere lette nello stesso senso, anche se il tempo sembra essere più lungo e nei luoghi che fotografo sembrerebbero esserci le tracce di un passaggio più lungo, che dura da secoli, millenni.

Hai in programma una serie, un progetto, un viaggio?
Sono molto affascinato dalle forme dell’abitare, sto lavorando a un progetto a lungo termine su come le persone abitino architetture importanti e conosciute. Ho iniziato con il Palazzo INA di Piero Bottoni a Milano, ma insieme ad un amico storico dell’arte e dell’architettura vogliamo estenderlo a numerose altre architetture milanesi e non.
In programma ho una mostra che sarà a Milano a fine Marzo.

No more articles