Architettura, Estetica, Geografia – Conversazione con NEMESTUDIO

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Neyran Turan, fondatrice di NEMESTUDIO insieme a Mete Sonmez, è architetto, insegnante e autrice di numerosi saggi, pubblicati recentemente su ARPA Journal, SAN ROCCO e Scenario Journal, oltre che caporedattrice dei primi due numeri di New Geographies. Interessati all’approccio non convenzionale dello studio, Artwort ha incontrato Neyran Turan per un’intervista.

Il vostro lavoro oscilla tra astrazione e concretezza, sviluppate questi aspetti nella ricerca, nella progettazione e nella critica. Mentre le pubblicazioni diventano tangibili, i progetti di architettura restano nella sfera concettuale. Come combinate teoria e pratica? Quanto materiale o immateriale è l’architettura?
L’architettura è una disciplina che necessita di un confronto produttivo tra diverse modalità d’indagine per essere rilevante: un confronto tra l’astratto e il concreto o tra teoria e pratica. Per noi è quasi impossibile concepire l’architettura senza l’interazione tra queste dualità. Nel nostro lavoro c’interessa far scontrare tra di loro il banale e lo spettacolare, per analizzare e problematizzare i presupposti di questi due termini. Per interesse nel banale e nello spettacolare intendo rivisitare una situazione familiare in termini architettonici, e portare un’interpretazione insolita rispetto alla situazione di partenza. Per noi banale o familiare potrebbe essere una certa tecnica costruttiva (come la struttura di vetro del nostro Porcupine Pavilion), una tipologia architettonica (ad esempio la casa americana shotgun nel progetto LV House ) o l’immagine geografica di un paesaggio produttivo (come il progetto Museum of Lost Volumes o la recente installazione Strait). Per essere in grado di focalizzarsi e teorizzare su questo tipo di collisioni, bisogna abbandonare le rigidità e i pregiudizi e aprirsi verso le possibili modalità di praticare l’architettura.

Uno dei vostri temi ricorrenti è la geografia, avete scritto molto su questo argomento fino a promuovere una rivista sull’argomento. Che ruolo ha la geografia nel vostro lavoro? Se non è solo uno strumento per ottenere dati oggettivi dal paesaggio, può essere un modo per plasmarlo?
Più che vedere la geografia come strumento analitico, l’interesse di NEMESTUDIO nella geografia ha a che fare con la nostra ambizione più ampia di ricostruire un dialogo tra estetica e impegno per l’architettura. Il nostro impegno con la geografia è iniziato con i miei progetti di ricerca sull’argomento e con la fondazione della rivista New Geographies, in seguito altri progetti sono stati fondamentali per definire gli obiettivi attuali del nostro studio.
Nella nostra ultima installazione Strait ad esempio, la scala geografica si manifesta come presenza architettonica, poiché viene ridimensionata fino a diventare un oggetto da esposizione. L’installazione rappresenta lo Stretto del Bosforo come oggetto geografico, un passaggio che viene scalato a grandezza umana e deriva dall’estrusione della linea di costa. A metà strada tra un modello architettonico colossale e un monolite fuori scala, l’installazione mira ad aprire un ventaglio di considerazioni estetiche e politiche sia per il pensiero architettonico che per un pubblico più ampio. L’interazione tra scala architettonica e scala geografica è amplificata attraverso due aspetti specifici. Il primo è il dettaglio stesso dell’installazione, ovvero l’astrazione e ricostruzione del profilo merlato della costa del Bosforo con sezioni comunemente adoperate per il crown moulding, le modanature di coronamento tipicamente applicate agli angoli interni dei soffitti. Incrociando l’estrusione verticale dell’informazione geografica (la linea di costa) con l’estrusione orizzontale del profilo della modanatura, la linea di costa diventa allo stesso tempo tangibile e astratta a una scala architettonica. La giustapposizione della dimensione planare con una sezione crea così una nuova dialettica, come l’estrusione orizzontale del profilo di New York nel Monumento Continuo (Superstudio, 1969) improvvisamente iniziò a dialogare con l’estrusione verticale della pianta del Glass Skyscraper (Mies Van der Rohe, 1922). In secondo luogo l’installazione è basata su una geographic fiction che contiene una serie di disegni speculativi ed è presentata nella forma di un film muto. Il video racconta la storia di una colossale nave per il petrolio che si blocca nello stretto del Bosforo, l’oggetto stesso dell’installazione è presentato come uno dei personaggi principali della storia.

Il rapporto di scala determina la forma dell’architettura: dal momento che viviamo in un sottile strato di atmosfera, l’orizzontalità prevale sul volume se parliamo di large scale design. Molti architetti nei decenni passati hanno affrontato il large scale design come una questione di superficie, d’altro canto l’architettura diventa reale nello spazio tridimensionale. Come vi relazionate alla scala nei vostri progetti?
I nostri ultimi progetti e articoli trattano il problema della limitata comprensione, in urbanistica, della superficie orizzontale. Ad esempio, sia il mio saggio breve Flat Primitive che il progetto TYPO si schierano a favore di una maggiore comprensione estetica del territorio in architettura, di un’orizzontalità che possa andare oltre le indifferenziate condizioni di campo del territorio, dove tutto è connesso da flussi e reti.
TYPO è un progetto speculativo che propone un nuovo tipo di organizzazione spaziale per i campus universitari a Istanbul. Per TYPO ci siamo ispirati a linguaggi astratti ed elementari, ma anche calibrati tra differenza e unità del progetto come il Landwehrkanal-Tiergarten di Ungers per Berlino e i tagli nel territorio di Sol LeWitt in A Square of Chicago without a Circle and Triangle. Mentre l’iconicità viene solitamente ridotta al fantastico Effetto Bilbao o all’attuale tendenza alla degradazione delle icone, il progetto TYPO assume che i territori possano avere una forma e offrire diversi livelli di leggibilità, monumentalità e quindi iconicità. In definitiva TYPO può essere pensato come un esperimento che porta a una relazione sfumata tra astrazione e realismo alla scala territoriale.

Ambiente e territorio sono concetti ambigui, considerati alternativamente come fonti da sfruttare oppure reliquie da preservare. In entrambi i casi l’ambiente non è considerato un oggetto in sé, ma in relazione a un fine. In Museum of Lost Volumes avete affrontato il tema dell’ambiente in modo inaspettato e quasi paradossale. Parlando di questo progetto, qual è la vostra posizione nei confronti dell’ambiente?
Ambiente è un termine controverso per l’architettura e per i campi progettuali correlati: spesso è pensato come puramente naturale, quindi qualcosa da preservare e proteggere oppure una risorsa da organizzare e gestire. Noi nel nostro lavoro non pensiamo all’ambiente in termini di conservazione o organizzazione, ma come fenomeno estetico e monumentale con cui si possano costruire nuovi dialoghi tra la rappresentazione e il reale.
Museum of Lost Volumes riprende direttamente questo assunto teorico, strutturandosi come una narrativa geo-architettonica e cronaca satirica sull’estrazione delle Terre Rare minerali. Il progetto contesta l’impiego di risorse scarse nelle cosiddette green technologies, visto che le Terre Rare minerali sono le sostanze principali usate nei sistemi di energia pulita come pale eoliche, batterie elettriche e pannelli solari. Il progetto è un museo costruito dopo l’esaurimento delle Terre Rare nel mondo, in seguito al loro abuso all’interno delle “tecnologie rinnovabili”. La proposta è di conservare le miniere da cui si estraevano questi materiali e di riconsiderarle come rovine geografiche, in un tempo in cui l’estrazione sarà una pratica obsoleta. La realtà geografica viene resa tangibile dal progetto che punta a costruire una relazione tra leggibilità e astrazione attraverso limiti e potenzialità del pensiero progettuale. Proiettandosi verso un’era sconosciuta, Museum of Lost Volumes parla di una realtà non afferrabile completamente. Si cerca di ampliare l’immaginazione architettonica di geometrie territoriali intrecciando strategie consolidate con temi insoliti per il nostro settore, l’estrazione mineraria. Forse nello stesso modo in cui Karl Friederich Schinkel trovava bellezza nelle fabbriche inglesi, Walter Gropius nei silo di grano americani e Le Corbusier nei transatlantici oceanici. Più che proporre un progetto iperrealista (pensate a uno scenario progettuale o un piano ingegneristico) o estremamente surrealista (pensate a fantascienza architettonica), Museum of Lost Volumes punta a svelare il potenziale di ciò che è ignoto esattamente all’opposto, con l’astrazione. Teorizzando sulla relazione dell’uomo con la terra, posiziona l’idea di “ignoto” tra il geografico e l’estetico.

In conclusione, c’è speranza per la creazione? Contro l’efficienza e il problem-solving usati come strumenti prevalenti nella progettazione, pensate che si possa ancora ambire a estetica e significato, oppure sono entità troppo arbitrarie?
Arbitrarietà o superficialità ci saranno sempre finché non si rafforza l’attenzione all’estetica. Al contrario, l’estetica ha un potenziale politico tale da poter ottenere una rilevanza inaspettata e imprimere un segno sul mondo. Al di là del problem solving, buonismo neo-ambientalista, attenzione a geometrie complesse o piani sostenibili, ci interessano le anomalie radicali che non si tirano indietro dal confronto con la questione estetica, forma e linguaggio, rimanendo comunque estremamente rigorose nell’impegno interdisciplinare.
L’architettura è, allo stesso tempo, una cornice e una misura con la quale interpretare il mondo. Nel nostro lavoro, ci troviamo costantemente a rivisitare elementi archetipici o arcaici, come griglie, stanze, muri perimetrali, tetti a falda, cupole ecc. e abbiamo a che fare con questioni di rappresentazione dal momento che, come architetti, crediamo fortemente nella serietà e rilevanza di queste domande. Più che focalizzarci su una diplomazia passiva tra estetica e impegno interdisciplinare, crediamo che mondi alternativi siano nascosti nelle sfumature e nelle contraddizioni che si creano nella collisione radicale e inaspettata tra queste dualità.